Ciano del Montello... - Gruppo Alpini Crocetta del Montello

- Sezione di Treviso -
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Pubblicazioni
Ciano del Montello
1940-45

di Valentino Morello (1888-1962)

Si ringrazia il nipote, dr. Valentino Morello, che ne ha autorizzato la pubblicazione
Capitolo I°

LA MARCIA E LA TAPPA

Per ben comprendere un periodo storico conviene studiarlo dalle origini.
Io, debbo pur confessarlo, da giovane non mi sono mai dato a studi fascisti, non mi sono mai approfondito in etica e mistica fascista. Ora sono troppo vecchio e non posso più farlo; rimarrò, quindi, nella mia ignoranza. E del grave torto di essere ignorante mi fu più volte fatta una colpa, e ne subii le conseguenze. Da giovane mi si diceva: Taci. Sei troppo giovane, manchi di esperienza, non puoi sapere.
Quando raggiunsi l’età matura con parole diverse mi si disse altrettanto: Taci. Sei troppo vecchio, sei rimasto quello di un tempo e non comprendi che il mondo è dei giovani. Largo ai giovani, così vuole il duce.
Dunque io non ho mai saputo nulla. Ma ho vissuto nell’epoca fascista, ho assistito allo svolgersi di tanti eventi, che mi lasciarono perplesso circa i mezzi usati dalle gerarchie fasciste e lo scopo che si voleva raggiungere.
Ai miei tempi si insegnava ad amare la patria e a tutto sacrificare, anche la vita, per la sua grandezza.
Allora la modestia era una virtù.
Nell’era fascista si enunciò che la Patria e il partito erano la stessa cosa. Fu un assioma, che il duce aveva sempre ragione. La rivoluzione fascista era costantemente in marcia, e marciò finché arrivammo al disastro. Anziché imporre con una rapida e schiacciante Vittoria la nostra volontà alle altre nazioni fummo miseramente battuti. Certamente non sta a me fare il processo al fascismo. Mi permetto soltanto di constatare il doloroso fatto.
Poi, con la sconfitta, sorse quell'ibrido organismo che ampollosamente venne chiamato Repubblica Sociale Italiana. Ingegnoso eufemismo per definire quella parte d’Italia oppressa dai servi del tedesco, secolare nemico degli italiani. Il neo fascismo, non pago di aver tradita la Patria, volle crocifiggere gli italiani. È questo il periodo del martirologio del secondo risorgimento italiano.
Di questo periodo tristissimo sarebbe bene venissero raccolte anche le cronache e le memorie locali, perché le nuove generazioni apprendano ad amare la Patria e la Libertà più che la vita.
In questo periodo, Ciano, povera terra, i di cui abitanti sono ben noti in tutto il territorio di quella che un tempo fu la «Marca Gioiosa et Amorosa» per la loro proverbiale povertà, visse tutte le angosce della Grande Madre. Ciano, non più allietata, come nei tempi dell’Arcadia, dalle profumate ombre dei roveri e dei querceti del Montello, vide la forca proiettare minacciose oscurità da un crocicchio delle sue strade; fra le sue case fu udito il sibilo della frusta di tortura e il crepitio delle scariche di esecuzione nefande.

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Capitolo II°

SCHERMAGLIE

Alla fine del 1943 si accentuava la resistenza passiva agli oppressori col non rispondere ai bandi di chiamata alle armi per la creazione di quel nuovo esercito repubblicano, di cui Mussolini aveva la recondita speranza di forgiare un nuovo strumento atto a costringere la Nazione a subire la sua nefasta e deleteria opera di governo.
Anche la povera gente si fece guardinga e non abboccò con la facilità di prima alle mirabolanti promesse dei contratti di lavoro in Germania, con le quali si volevano nascondere quelle vere e proprie deportazioni di cui furono vittime tanti nostri operai.
La metamorfosi dei tedeschi, da alleati ad invasori e padroni, non era stata una sorpresa, ma aveva dato a tutti la sensazione di essere caduti in un abisso dal quale si doveva e si voleva risalire.
Anche qui da noi vi fu una sosta di attesa e di raccoglimento, che più tardi si trasformò in resistenza passiva, ma non si ebbe, né per molteplici cause si sarebbe potuto avere, un’organica, aperta, decisa ribellione. Si seguì, ma non si potè precedere la lotta per la liberazione della nostra terra.
Quasi sintomo di ripresa di vita, nella primavera del 1944 cominciò ad apparire sul Montello qualche gruppetto di partigiani, male armati, peggio diretti.
Erano pochi ed al principio non commisero alcuna violenza, poi, col crescere di numero, ebbero maggior bisogno di armi e tentarono di procurarsele con la forza.
Si presentavano di notte nelle case ove erano alloggiati i funzionari del Ministero della Guerra della R.S.I. e si facevano consegnare le armi e uniformi, poi si allontanavano: rientravano fra le ombre protettrici del Montello loro residenza abituale. Uno di questi funzionari, un bel tipo di eroe della sesta giornata, una sera, dopo aver fatto consegnare dalla moglie quanto gli era stato richiesto, per maggior sicurezza andò a nascondersi nel granaio fra casse e sacchi; il che non gli impedì poi di applaudire freneticamente come a liberatori quei reparti di S.S. tedeschi e italiani che vennero a compiere un rastrellamento a Ciano, e dimostrare il proprio compiacimento per quanto di male il rastrellamento aveva portato al paese.
In maggio o giugno da parte dei partigiani fu commesso un primo delitto: venne ucciso Feltrin Angelo detto Taito, di Ciano, uomo di dubbia moralità, già condannato per reati comuni. Accusato del furto di una bovina, che aveva immediatamente venduto a un macellaio clandestino, si era sottratto alle conseguenze dell’arresto arruolandosi fra i volontari di certi reparti alpini che i repubblicani andavano costituendo a Conegliano.
Forse in considerazione dei suoi precedenti penali, era stato fatto sergente e di ciò ne menava vanto. Un gruppetto di partigiani, fra i quali vi era il macellaio che aveva comprato la bovina dal Feltrin, lo attirò nel Montello e lo soppresse; probabilmente per vendetta, forse nella tema che fosse uno spione perfetto conoscitore dei recessi montelliani.
Aumentati di numero, dotati di qualche mitra e bombe a mano, i partigiani si fecero più arditi e osarono scendere nei paesi pedemontelliani. A Ciano, quasi a dar prova della loro attività, si fermavano nelle osterie dove si attardavano indisturbati. Poi, venuti in possesso di un’automobile, percorsero le vie dei paesi armati, bombe a mano appese alla cintura, pantaloncini corti, senza giacca.
Facevano della coreografia, ma non avevano uno scopo ben definito. Con tutto ciò si propalarono chiacchiere in cui Ciano appariva come un covo di partigiani fra i più feroci. Ed un primo fatto diede alle chiacchiere qualche lontana parvenza di vero.
Il primo luglio, sul mezzogiorno, tre militi fascisti di guarnigione a Cornuda, recatisi a fare una passeggiata sulle rive del Piave, giunti nei pressi dell’osteria della Giovanna venivano catturati dai partigiani del Montello.
Non è chiaro se i tre militi fossero consenzienti a nolenti alla cattura, sta di fatto che non vennero più rivisti.
La sera stessa una ventina di fascisti, giunti in autocarro, fermavano il titolare dell’osteria Buratto Cesare e la di lui figlia Giovanna, il falegname Moretti Carlo ed il muratore Buratto Giacomo che stavano eseguendo dei lavori in una casetta vicina, e li traducevano nelle camere di sicurezza della Guardia Nazionale Repubblicana di Cornuda.
La sera dopo, domenica 2 luglio, da un altro autocarro – questa volta proveniente da Asolo -  giunto nel piazzale della Chiesa di Ciano, scese un gruppo di militi fascisti al comando di un tenente. Non si è mai saputo per quale motivo i fascisti appena messo piede a terra, cominciarono a sparare all’impazzata con grave pericolo degli abitanti delle case vicine.
Il Parroco, affacciatosi alla porta della canonica, venne tosto investito dal tenente il quale, con la pistola in pugno, gridava come un ossesso.
Sperando in un attimo di ragionevolezza, il Sacerdote tentò invano di calmare l’ufficiale. Visto inutile il tentativo alzò le spalle indignato e si diresse verso il piazzale, e l’altro gli tenne dietro. Dalla finestra del primo piano della casa del Cappellano un signore, in maniche di camicia, stava asciugandosi tranquillamente il viso, mentre dal di sotto un milite, inosservato, lo prendeva di mira col moschetto. Lesto intervenne il Parroco, scostò l’arma, e domandò se, per avventura, non si fosse trattato di un caso di pazzia collettiva. Non si voleva di più dai forsennati i quali, gridando tutti assieme di essere siciliani, afferrarono il Parroco, lo caricarono sull’autocarro e lo tennero di mira.
Per tener compagnia al catturato vennero messi in autocarro anche Moretto Celeste, Moretto Guido, De Faveri Luigi, Pagnan Giovanni, Buratto Angela, Moretto Caterino. La comitiva andò a raggiungere i compaesani dimoranti nelle camere di sicurezza di Cornuda e là fu fatta rimanere.
Il Parroco, Moretto Guido e le tre donne furono rimessi in libertà la sera del giorno dopo. Gli altri rimasero in camera di sicurezza tre giorni, e poi vennero rimandati alle loro case.
L’episodio di era risolto felicemente.
L’avvenire, purtroppo, riservava ben peggio.
* * *
Nelle prime ore del 16 agosto un gruppo di tedeschi di stanza a Covolo, venne in autocarro a Ciano e domandò di De Faveri detto Negus. Questo si nascose nel fienile e, benché i tedeschi lo calpestassero nelle loro ricerche, non riuscirono a scovarlo. Prima di partire i tedeschi diffidarono la popolazione spaventata che se il De Faveri non si fosse presentato al loro comando entro le ore dieci del mattino stesso, per rappresaglia avrebbero bruciato Ciano. E, tanto per non smentire se stessi, avulsero dalla famiglia Teresa De Bortoli che, non si sa ancora per quale ragione, venne deportata in Germania. Verso le ore nove di quel giorno un gruppo di una quindicina di partigiani si presentava a casa Morello e, dichiarando di voler da quella posizione difendere Ciano, entrava senza chiedere l’autorizzazione, e si affacciava ai muri perimetrali del brolo mantenendo in attesa. In quel giorno nessun autocarro tedesco percorse le vie del paese per recarsi, come al solito, alle grave a caricare ghiaia e sabbia, e questo fu il motivo per cui, fortunatamente, non avvenne alcuno scontro.
Durante la loro permanenza a casa Morello i partigiani ricevettero dal di fuori viveri e vino. Devesi aggiungere che non commisero vandalismi e, tranne la violazione di domicilio, nessun altro atto men che corretto.
Verso le quattro pomeridiane saltarono i muri di cinta e si eclissarono.
Dopo qualche giorno giunse notizia che nella piana di Pieve di Soligo era avvenuto uno scontro tra partigiani e militi fascisti e che costoro avevano avuto la peggio. Il fatto rialzò il morale dei partigiani locali, i quali imposero al filandiere Vanetti di consegnare un’auto di recente acquistata. Dopo qualche tergiversazione il Vanetti fu costretto a consegnare la macchina. Ne approfittarono i partigiani per aumentare le loro corse per le strade del paese e dei paesi limitrofi. La nuova forma di esibizione valse allora a Ciano la fama di «piccola jugoslavia» e attirò sul povero paese l’attenzione delle gerarchie repubblicane e dei comandi tedeschi. Si giunse così alla fine di agosto 1944.

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Capitolo III°

ESEMPI E MONITI

Il 24 agosto alcuni partigiani, tra i quali pare vi fosse un disertore tedesco, - il caporale Kasser Carl - erano appostati nelle vicinanze di osteria Mazzocato, al bivio della strada che conduce a S. Pellegrino. Passavano delle auto sulla strada verso Valdobbiadene. Dalla parte dove erano appostati i partigiani partirono alcune fucilate, un’auto tedesca, colpita, sbandava verso il ciglio stradale e si fermava.
Uno dei viaggiatori era ucciso, un altro, dicesi un capitano tedesco dei reparti presidianti Fanzolo, gravemente ferito, veniva dai camerati superstiti trasportato all’osteria Mazzocato. Appena accortisi di aver commesso un errore, e preoccupati delle conseguenze che ne sarebbero derivate, i partigiani si diressero rapidamente verso il centro del paese narrando l’episodio. Corse voce che l’ostessa non abbia dato ai militari tedeschi accorsi le manifestazioni di dolore da essi desiderate, che non abbia offerto la miglior stanza e il miglior letto della casa per il povero moribondo, come, nella mentalità teutonica, sarebbe stato doveroso trattandosi di un esemplare di quella razza superiore ed eletta. Ad ogni buon fine la punizione non tardò e fu esemplare, almeno per quanto riguarda l’osteria. Il giorno 25, nelle prime ore pomeridiane, un reparto tedesco cacciò la famiglia dell’oste e bruciò la casa. Una donna della famiglia tentò di salvare almeno una valigia contenente indumenti; ma, a giusta ragione, anche la valigia meritava un castigo, perciò le fu strappata di mano e gettata nel rogo. Gli abitanti furono fatti allontanare con i soli abiti che indossavano.
Questo non è tutto.
Il 26, nel pomeriggio, di fronte all’osteria bruciata si fermarono due autocarri. Ne scesero alcuni soldati tedeschi armati di mitra che fermarono tutti i passanti e li misero in riga per farli assistere alla scena che, poco dopo, si sarebbe svolta. Da uno degli autocarri vennero fatti scendere sei civili italiani che vennero spinti all’angolo del bivio verso la casa. I poveretti, che non capivano di che cosa si trattasse, e forse supponevano di essere stati colà trasportati per compiere un lavoro coatto, guardavano incuriositi. Uno di essi sbocconcellava un tozzo di pane.
Improvvisamente, da quanto si stava svolgendo, compresero che là erano stati condotti per essere uccisi. Non si abbandonarono a scene di disperazione. In tono pacato chiesero un Sacerdote, che non fu loro concesso, perché i tedeschi avevano molta fretta, e non volevano perdere tempo prezioso per simili inezie. E così i poveretti furono mitragliati a bruciapelo e lasciati sul posto in un mucchio scomposto.
Guai se fossero stati rimossi!
Le salme rimasero esposte al sole di agosto, agli insulti degli insetti, alla curiosità dei passanti per 24 ore. Esempio e monito a quanti avessero dubitato della possanza e della giustizia tedesca. I passanti guardavano e tacevano allibiti.
Da quel giorno scomparve anche da questi paesi il mito di una superiore civiltà tedesca. In dosso ai cadaveri non furono trovati documenti di identificazione; erano stati tolti in precedenza. Oltre alla vita ai martiri deliberatamente fu tolto anche il nome, perché più rapidamente salissero al cospetto di Dio ad invocare giustizia.
Tra le innocenti vittime pare vi fosse un geometra, maggiore di complemento, abitante a Spresiano. Era stato preso come ostaggio pochi giorni prima e, con raffinata ipocrisia, ai suoi familiari erano state date le migliori speranze di una sollecita liberazione.

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Capitolo IV°

LE S.S.

Nella sera del 29 Agosto sulle pendici occidentali del Montello echeggiarono spari diversi del solito e numerose detonazioni di bombe a mano.
Si era saputo che durante la giornata erano arrivate a Montebelluna, accantonando a villa Morassutti, numerose truppe con uniformi tedesche; parte erano venute in autocarro parte col treno. Fra i militari di fresco arrivati non mancavano, purtroppo, quelli di lingua italiana, alcuni, anzi, parlavano il dialetto veneto tradendo la loro origine. Uno di questi in un negozio aveva detto che ben presto la zona sarebbe stata teatro di scene singolari: gli alberi della piazza di Montebelluna avrebbero servito ad impiccare molte persone. Inoltre, da parte degli inglesi non sarebbe mancato qualche buon bombardamento aereo perché, da per tutto dove erano passate le formazioni di S.S. gli aeroplani alleati avevano portato la distruzione e la morte nella vana speranza di colpire le S.S., che invece, più fortunate, erano sempre rimaste illese.
Messe in relazione le facezie sopra riportate cogli insoliti spari di quella sera, la popolazione ebbe la previsione di gravi avvenimenti. Difatti, nelle prime ore della mattina successiva, 30 agosto, un grosso contingente autotrasportato di uomini in uniforme tedesca ed in camicia nera, invasero Crocetta, Ciano e Nogarè.  Con violenze, minacce e gli insulti più atroci entrarono nelle case dei cittadini inermi e, col pretesto di cercare armi e uomini atti al servizio militare, ma col deliberato proposito di terrorizzare, operarono minute perquisizioni nelle case e sulle persone. Armi non ne furono trovate. Più di qualche famiglia, invece, ebbe a constatare, a perquisizione ultimata, la sparizione di denaro, oggetti preziosi, scarpe, effetti di vestiario, salumi e scorte di viveri. Polli e conigli in quantità, maiali ed anche bovini furono le spoglie opime della magnifica azione di rastrellamento e vennero trasportati alla sede del comando delle S.S.. Ed ancora se le cose si fossero limitate all’estorsione, al furto e all’abigeato non avrebbero varcato il limite di quanto la popolazione poteva logicamente attendere da uomini e da spedizioni del genere. Siccome, però, era nelle consuetudini che ogni rastrellamento dovesse avere delle vittime umane, le vittime vi furono.
Percorse le strade di Ciano, - e di Ciano intendo narrare i fatti, chè vittime vi furono in quello e nei giorni successivi in tutta la zona montelliana – i militi delle S.S. si presentarono a casa Buogo e, stando dal cortile, con voce di dileggio chiamarono: Egidio! Buogo Egidio, sergente pilota, scese indossando l’uniforme e si presentò. Fu immediatamente colpito a sangue con pugni, schiaffi, calci; gli furono strappati e gettati in faccia i nastrini delle medaglie al valore guadagnate in guerra. Poi cacciato su un autocarro fra gli insulti e le percosse.
Un povero ragazzo di 19 anni, Morgan Armando fu Giuseppe, apprendista fornaio, era uscito dal forno Saladini con due secchie per attingere acqua alla vicina fontana. Alla vista degli energumeni che avanzavano urlando, imprecando e sparando, gettò le secchie e tentò di rientrare. Fu ghermito, bestialmente percosso e cacciato col Buogo.  In quello stesso tratto di strada venne preso, percosso ed anch’egli gettato in autocarro un altro fornaio, Martinelli Olvadro, già soldato degli alpini, figlio di un mutilato di guerra 1915-1918. Martinazzo Angelo subì la stessa sorte. Oltre la Chiesa di Ciano vennero strappati alle loro famiglie, percossi e brutalmente cacciati, a guisa di bestie, su autocarri, il giovane Buratto Battistino di Cesare, Pietro Bordin, uomo di circa 60 anni ed altri ancora. Alcuni di questi furono raccolti dietro la Chiesa fra gli scherni, gli insulti e le percosse dei loro nefandi custodi. Verso mezzogiorno vennero trasportati a Montebelluna a villa Morassutti, sede del comando delle S.S.. Chi li vide passare notò i loro visi gonfi e sanguinolenti. Il rastrellamento proseguì sul Montello, portando ovunque l’incendio, il terrore, la rovina. Le case di Bellini Fortunato e Reginato Quinto, furono bruciate perché i figli dei proprietari erano partigiani.
Gli uomini, nella tema di venire deportati in Germania, avevano trovato scampo nei recessi del bosco e fra gli sterpi delle grave. Le donne, rimaste nelle case, avevano assistito impotenti a tante nefande brutalità.
Verso le 18 gli autocarri e le autoblinde furono di ritorno passando per Ciano. I tedeschi passavano muti, impassibili. I fascisti cantavano gli inni del partito: facce stravolte dal vino e dall’odio di parte.
Nelle prime ore del giorno appresso, le S.S. erano nuovamente a Ciano. La formazione si snodò sulla pedemontelliana, il centro fece tappa di fronte all’osteria Martinelli. Da un autocarro furono fatti scendere Pietro Bordin ed il giovane Armando. Erano stati condannati a morte. Da chi? Dal comando della S.S.. Mentre dalle finestre sovrastanti la porta dell’osteria venivano preparati i capestri, un’auto corse a prendere il Parroco. Al Bordin intanto fu permesso, sotto buona scorta, di andare a salutare la sorella abitante nei pressi. Al Morgan fu concesso di parlare con la sorella accorsa. La ragazza, angosciata, domandò al fratello se era stato bastonato tanto, ed il povero giovane, per non recarle maggior dolore: No – rispose con un mesto sorriso – non molto. Ultimata la confessione, il Parroco si rivolse ad un sergente tedesco che parlava un poco l’italiano avvertendolo che venivano uccisi due innocenti. Il sergente, incredulo, mostrò al Sacerdote i corpi di reato sequestrati in casa Bordin: consistevano in una sola cartuccia per fucile tedesco ed in alcuni rottami di bombe a mano e granate imbrattati di fango, residuati della guerra 1915-1918. Insomma, di alcuni pezzi di quel materiale che si trova sempre nei nostri campi durante i lavori di scasso del terreno. Il Parroco insisté per far comprendere l’enormità che si stava commettendo e chiese di parlare con il Comandante la colonna. A mezzo dell’interprete parlò ad un colonnello tedesco. Disse che il Bordin comperava i rottami raccattati nei campi non per farne uso, ma per rivenderli come voleva il suo povero commercio di compra vendita di stracci e ferro vecchio. Aggiunse, anche, che il Morgan non era affatto un partigiano, né aveva mai portato pane ai partigiani come lo si accusava: si trattava di un garzone incaricato di recapitare al mattino il pane agli esercenti clienti del suo principale. Il colonnello Dierich… tipo perfetto del tedesco raffinato, fece rispondere che la sentenza era stata data e senz’altro l’avrebbe fatta eseguire per dare un buon esempio al paese.
Con la solerte ed entusiastica opera di due giovani rinnegati italiani, i quali in seguito ebbero a dirsi uno romano, l’altro fiorentino, i capestri erano stati saldamente assicurati all’interno di casa Martinelli.
Vicino al primo fu collocato in piedi, sopra la cabina di un autocarro, le mani legate dietro la schiena, il buon Pietro Bordin. I tentativi per impiccarlo si rinnovarono tre volte. Il capestro era troppo corto e fu soltanto alla terza prova, dopo aver messo qualcosa sotto i piedi del paziente, che il laccio gli arrivò alla gola. Si mosse allora l’autocarro ed il misero corpo penzolò nel vuoto scosso dagli ultimi spasimi. Il Morgan, calmo, rassegnato, quasi incredulo della sorte imminente, assistette all’impiccagione del compagno di sventura, mormorando fra sé: Che male ho fatto io? Cosa ho fatto?
Poi venne la sua volta.
I due impiccati si dibattevano ancora dondolando dal capestro, che gli uomini delle S.S. come colti da improvvisa frenesia si abbandonarono ad una gazzarra infame. Corsero nelle vicine botteghe, a casa Saladini, si impadronirono di quante bottiglie di liquori e di vino trovarono, poi schiamazzando, sberciando oscenità, con gesti da trivio, bevettero come iene sitibonde ai piedi di coloro che poco prima avevano ucciso. Un sottotenente, di cui si conserva il nome, certo Rombolà – qualche tempo dopo periva in un incidente automobilistico ed il «Gazzettino» ne tesseva le lodi come fosse mancato un redivivo Achille – si avvicinò al Parroco, e mostrando i due impiccati, gli gridò sul viso: Voi stareste bene là in mezzo. È colpa vostra se così siamo ridotti.
Il buon prete lo guardò fisso, e sdegnosamente rispose: Voi pure stareste bene là in mezzo, per lo stesso motivo. E se ne andò, gonfio il cuore di orrore e di dolore, ma non tanto in fretta da non sentire il colonnello Dierich elogiare a piena voce, in un barbaro italiano, il sottotenente Rombolà per la preziosa opera svolta.
La dolorosa odissea del 31 Agosto non era ancora finita. A rendere completo il quadro si aggiunse l’incendio del forno e casa Saladini (il fabbricato è di proprietà di Michele Pagnan), rei di aver ospitato il Morgan in qualità di garzone. Anche le case dovevano temere l’ira nazifascista. In breve della casa non rimasero che le mura annerite e screpolate. Condotta a termine anche questa magnifica impresa, la formazione di S.S. corse sul Montello per continuare l’opera nefanda. Fu ripreso il rastrellamento rimasto incompiuto nel giorno prima, e vennero impiccati tre uomini ai SS. Angeli. Erano circa le 13  quando la colonna di autocarri e blindo mitragliatrici di ritorno, ripassò per Ciano al canto dei soliti inni con le solite urla bestiali.
Si venne più tardi a sapere che un ordine improvviso l’aveva richiamata a Montebelluna.
Le due vittime di Ciano penzolarono per 24 ore dalle finestre del primo piano dell’osteria Martinelli. Un cartello minacciava le più gravi rappresaglie al paese ove le salme fossero state toccate senza il benestare superiore.
Verso le ore dieci del primo settembre le due salme vennero tolte dalla forca. Quando furono deposti nelle casse, si videro i due miseri corpi solcati dai lividi della bastonatura inferta senza pietà. Il Morgan aveva un fianco profondamente piagato, il Bordin un braccio fratturato dalle percosse.
Vennero sepolti nel cimitero di Ciano. Tolte le salme, la padrona dell’osteria Martinelli salì nelle stanze dove erano stati legati i capestri. Constatò, allora, che erano scomparsi i denari depositati due sere prima nel cassettone.
Oltre ai due, orrendamente seviziati ed uccisi, Ciano ebbe a lamentare in quel rastrellamento anche tre deportati in Germania: Buogo Egidio, Buratto Battistino e Martinazzo Angelo. Martinelli Olvrado, invece, venne arruolato nei reparti alpini social repubblicani di nuova formazione.
Nei giorni seguenti le formazioni di S.S. portarono la loro delittuosa opera sulla sinistra del Piave.
Da Ciano si scorgevano i sinistri bagliori degli incendi di intere borgate..
La gente, in preda al terrore, non osava neppure parlare di quanto succedeva. Eppure le uccisioni, gli incendi, le distruzioni, i furti erano noti; si sapeva che a villa Morassutti in Montebelluna, sede del Comando delle S.S., vi era una sala di tortura, che un boia era incaricato della sistematica bastonatura dei prigionieri. Le suore, il personale ed i degenti dell’ospedale civile Carretta, limitrofo alla villa, sentivano le invocazioni e gli urli di dolore dei bastonati. Uno di Pederobba, a quanto in seguito si disse, sarebbe morto sotto i colpi bestiali. Si vedeva, si sentiva, si soffriva e si taceva senza quasi alcuna speranza di giorni migliori.
E i partigiani del Montello? I partigiani del Montello, essendo pochi e mal organizzati, come non avevano partecipato all’azione nella piana di Pieve di Soligo, non si mossero neppure durante i rastrellamenti.
Erano scomparsi.
Pare che, ancora da quell’epoca, chi fino allora li aveva sovvenzionati abbia sospeso ogni ulteriore corresponsione in loro favore. Da quel momento si sarebbero verificati nella zona alcuni reati contro la proprietà, di cui la voce pubblica avrebbe attribuito la responsabilità ai partigiani.
* * *
Trascorse qualche tempo in una relativa apparente calma.
Una sera due militi della Guardia nazionale repubblicana di Montebelluna, si presentarono in casa della signorina Maria Biadene per motivi di servizio. Appena sulla via del ritorno, furono assaliti dai partigiani. Uno riuscì a fuggire, l’altro, un appuntato, venne catturato, condotto sul Montello e, pochi giorni dopo, dicesi sia stato soppresso.
I repubblicani fecero sapere che il catturato era padre ai ben nove figli, che era un graduato di animo mite, di sentimenti italiani. I partigiani sparsero voce che nelle tasche del militare era stata trovata la lista dei nomi delle persone di Ciano sospette per insufficiente devozione alla repubblica sociale.
Si mormorò allora che i tedeschi avevano deciso di incendiare tutta Ciano per rappresaglia. la data era stata segnata: il 13 ottobre.
Il buon Parroco Don Carlo Massara, giustamente allarmato, non ebbe più pace finché una commissione di conterranei non si recò a Montebelluna al comando della guardia repubblicana a far sapere che la popolazione non aveva nulla a che fare con i partigiani.
La commissione andò, fece del suo meglio, e rappresaglie non ne avvennero.

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Capitolo V°

DECIMA M.A.S.

All’incirca a quell’epoca presero sede a Crocetta dei reparti di M.A.S.
Nulla di sorprendente: il ministero repubblicano della marina era a Belluno, plausibile, quindi, che marinai fossero di guarnigione a Crocetta del Montello.
Senonchè questi marinai parlavano quasi tutti il dialetto milanese e avevano dei ceffi più da galeotti che da marinai. Da principio non si fecero troppo notare, poi aumentarono di numero e di arroganza.
Per contrarre l’arruolamento nella M.A.S. era facilissimo. Non vi erano limiti di età – anche un bimbo di 11 anni venne arruolato, vestito ed armato – non occorrevano documenti, tanto meno quelli penali, non si badava neppure se in precedenza qualcuno fosse stato partigiano, si passava sopra anche all’idoneità fisica, tant’è vero che divenne marò della M.A.S. un disgraziato mutilato ad una gamba. La truppa godeva di un trattamento ottimo, consumava i pasti in una mensa espressamente istituita, percepiva un soldo assai vistoso, al quale si aggiungevano premi di varia specie in denaro. Un sergente maggiore da me ben conosciuto, oltre al vitto, all’alloggio ed al vestito aveva il soldo di L. 190.- giornaliere. Un ufficiale superiore del vecchio esercito sarebbe stato felicissimo della metà.
A poco, a poco i Mas assunsero la tutela del non mai turbato ordine pubblico, e pattuglie cominciarono a perlustrare le strade. Operarono arresti, fecero osservare le norme di circolazione, di oscuramento e di coprifuoco.
Si resero, insomma, padroni della situazione. Poi cominciarono le persecuzioni. Gli ex partigiani del Montello erano andati a lavorare nelle fortificazioni campali che i tedeschi, in quella epoca, facevano eseguire, sotto la loro direzione e sorveglianza, verso Nervesa e sulla sinistra del Piave. Erano, dunque, alle dipendenze e sotto una larvata forma di protezione da parte dei tedeschi, ciò nonostante, uno alla volta, furono catturati e rinchiusi nelle camere di sicurezza dell’ex caserma dei carabinieri di Crocetta. Non si sa cosa sia avvenuto in seguito all’inquisizione alla quale furono sottoposti. Sta il fatto che, nella prima quindicina di dicembre, gli arresti si fecero sempre più numerosi. L’inquisizione si allargò come a macchia d’olio. Quale favoreggiatrice del movimento fu arrestata la signora Guillon. Il di lei marito dovette seguirla. Furono rinchiusi in stanze separate, ben si capisce, ma al marito non venne inflitta una vera e propria inquisizione, la signora fu rigorosamente sorvegliata e sottoposta a lunghi interrogatori. Più tarsi, il 28 dicembre, quando pareva fosse stata chiusa l’istruttoria, fu arrestata la signorina Giulia Poloni di Giuseppe da Biadene. Interrogata a lungo, improvvisamente venne rimessa in libertà la sera del 30.
Anche i signori Saccardo di S. Croce del Montello ed il maggiore Larcher di Covolo furono invitati, verso la fine della prima quindicina di dicembre a Crocetta, esaminati, trattenuti qualche giorno a disposizione della X° M.A.S. e poi rilasciati perché immuni da lue partigiana. La giovane Buratto Costanza, invece, fu a lungo carcerata ed esaminata; venne messa in libertà solo dopo essere stata trasferita a Treviso a disposizione di quell’ufficio di polizia politica. Ma coloro che subirono un trattamento bestiale e inumano, la flagellazione a la tortura del tavolino furono i seguenti:
1. Marsura Luigi detto Binda, di Ciano
2. Bellini Secondo detto Guerra, di Ciano
3. De Faveri Giulio detto Negus, di Ciano
4. Judica Giuseppe siciliano
5. Giovannacci Lazzaro, da Mestre [1]
6. Berrei Giovanni detto Mumi, da Pieve di Soligo
7. Dalla Costa Leone dello Lallo, da Ciano
8. Bolzonello Giovanni, da S. Mama
9. Intingoli Giovanni, detto Franco, da Andria (BA)
10. Giolo Sante, da Ciano
11. Giolo Alberto, da Ciano
12. Giolo Carlo, da Ciano
13. Brunoro Narciso, dei SS. Angeli del Montello
14. Visinelli Adelmo, detto Portus, emiliano
15. Morello Guido, da Ciano
16. Rasera Giovanni, da Montebelluna
Il sergente Calabretto, della M.A.S. di Crocetta, condivise la prigionia con i partigiani, pur non avendo fatto parte della loro organizzazione, era colpevole di essersi fatto intermediario della corrispondenza clandestina dal carcere della signora Guillon.
* * *
Come venivano operati gli arresti?
Nel modo più rapido e meno rumoroso; preferibilmente di notte. Un autocarro di armati si portava nei pressi della casa del sospetto. La casa veniva circondata, gli abitanti svegliati, le porte aperte con le buone o con la violenza. Seguiva una rapida ed accurata perquisizione.
Il presunto reo di sentimenti avversi alla repubblica sociale veniva ghermito, caricato in un autocarro e trasportato nella caserma. Quando il disgraziato era caduto nelle mani di quella gente poteva dire di essere un morituro.
Ho fatto l’esperienza personale del metodo di cattura quando i Mas vennero per prendere mio figlio nella notte del 20 dicembre 1944.
Alle undici di sera, improvvisamente, sentii urlare il mio nome e battere reiterati e violenti colpi alle scurette delle finestre del piano terreno. Mi affacciai dal lato della strada e, presago, chiesi chi era: Decima Flottiglia Mas – sentii rispondere da parecchi armati – venite giù subito. Aprite!
Risposi dovessero avere un po’ di pazienza perché dovevo vestirmi. Infilai i pantaloni e la giacca e, reggendomi con le stampelle – ero ammalato le gambe e queste non sopportavano il peso del mio corpo – scesi le scale ed aprii la porta. Appena fui sulla soglia mi fu gridato: Mani in alto. Venite avanti. Risposi che dovevo reggermi con le stampelle e se alzavo le mai non avrei potuto avanzare. Mi si lasciò fare pochi passi in avanti con le mani alle grucce e fui ai cancelli. Una voce arrogante dall’esterno mi chiese: Siete voi l’ex ufficiale Morello?
- Lo sono tutt’ora – dissi – il grado non mi è stato tolto.
Due individui col mitra mi prendevano di mira stando a cavalcioni sul muro della cantina; altri dall’esterno dei cancelli.
Si faceva troppo onore a un disgraziato che senza appoggio non poteva neppure mantenere la posizione eretta. Rimasi calmo e chiesi se dovevo aprire il cancello per carri o se bastava quello per le persone. Dopo aperto mi si chiese:
- Dove è vostro figlio?
Non era in casa e lo dissi.
- Bugiardo! – mi rispose un tizio coi distintivi da capitano.
Tacqui. Il cane dall’interno della casa abbaiava. Prima vollero che il cane fosse rinchiuso, poi entrarono.
Andai in cucina e mi sedetti. Il tizio vestito da capitano, pistola semipuntata, mi si mise di fronte; berretto in testa, sigaretta tra le labbra, sguardo bieco, minaccioso e sospettoso.
Intanto un altro messere, fregiato dei distintivi da tenente, seguito da una mezza dozzina dei suoi, volle essere accompagnato da mia moglie in tutte le stanza. Perquisirono. Non trovarono armi, né mio figlio come forse si desiderava. Non rubarono, debbo dichiararlo, benché, ponendo mano in un cassetto, venisse loro sott’occhio un piccolo pacchetto di biglietti di banca. Mentre gli uni perquisivano, il pseudo capitano mi interrogava. Voleva sapere se avevo armi nascoste, dove era mio figlio, perché non era in casa, se quella notte fosse rientrato, se avesse potuto andarlo a prendere con l’autocarro quella notte stessa.
Troppi «se» ed io ero meno ingenuo di quanto mi si credeva.
Espressi il rammarico di non possedere armi, e chiesi per quale motivo si cercava mio figlio che era un uomo onesto e retto, e non si era mai interessato di politica.
Lo si voleva per scopo informativo, semplicemente a scopo informativo, lo si sarebbe rilasciato al più presto.
Giocai il tutto per tutto e, senza assumere l’impegno formale, lasciai credere, che mio figlio all’indomani mattina, appena di ritorno da Fanzolo, dove si era recato per affari, si sarebbe presentato al comando M.A.S..
Mezz’ora dopo scesero dal piano superiore quella specie di tenente e suoi accoliti. La perquisizione aveva avuto, come era naturale, esito negativo.
Il pseudo capitano mise la pistola nella fondina, uscì e fischiò. Altri M.A.S. uscirono dal brolo dove erano stati appiattiti in precedenza, circa una ventina. Altrettanti si riunirono dalla strada da dove avevano impedito il transito e completato l’accerchiamento della casa. Raggiunsero l’autocarro e partirono.
* * *
Come veniva condotta l’istruttoria?
Intendiamoci: ritengo non sia neppure il caso di parlare di una istruttoria. Per essere più precisi converrebbe chiedere: come venivano esaminate quelle persone che arbitrariamente erano state arrestate? Ciò premesso, posso con tranquilla coscienza affermare: 1) che gli interrogatori venivano fatti dalle 22 all’alba del giorno appresso; 2) gli interrogati venivano frustati e sottoposti alla tortura; 3) pattuglie di armati venivano poste all’imbocco delle strade perché eventuali passeggeri non udissero le grida strazianti dei seviziati.
Quanto affermo può essere confermato dalle vittime superstiti di quel nefando imperversare di atrocità.
Mio figlio conserva un ricordo indelebile dei due interrogatori ai quali fu sottoposto e della prigionia sofferta. Saputo di essere ricercato, il 21 mattina venne a sentire il mio consiglio. Lo lasciai libero di fare come meglio riteneva, lo avvertii di presentarsi nel solo caso si fosse sentito sicuro tanto da sfidare le bastonate e la tortura con la speranza di salvare la vita.
L’unico partigiano che lo avrebbe potuto accusare, perché consapevole della sua attività, Follador Bellino detto Fiacca, da Venegazzù di Volpago, era caduto combattendo da valoroso contro la sbirraglia Mas, pochi giorni prima. Sicuro di sé, mio figlio decise di presentarsi. Andò alle nove e non fu ricevuto. Ritornò alle 15; non c’erano gli ufficiali. Dovette attendere fino alle 17.  Fu introdotto, perquisito, lasciato in un corridoio, sotto scorta, in attesa dell’arrivo degli inquirenti. Un ragazzo, certo Bolzonella da Crocetta arruolatosi da poco nei Mas, suo conoscente, lo avvertì che dai partigiani prigionieri era stato fatto il suo nome. Da quel momento si ritenne perduto, ma si ripromise di non parlare ed il suo proposito divenne incrollabile quando da un locale vicino gli giunsero i gemiti e le grida dei seviziati.
Finalmente alle 21 fu fatto passare in quella stanza muta testimone di tanti orrori, dove venivano fatti gli interrogatori. Si trovò di fronte ad un ometto pretenziosamente vestito in civile, seduto ad un tavolo che si trastullava con una pistala tra le mani e tosto gliela diresse contro; vicino a questi uno scritturale, pronto a dattilografare le deposizioni. Vari individui in uniforme da ufficiale, si collocarono alle sue spalle. Mentre rispondeva alle prime domande, l’ometto al tavolino si accarezzò il mento. Come ad un segnale convenuto, mio figlio venne immediatamente colpito da una pioggia di pugni alla nuca e alla testa. Si voltò sorpreso ed indignato, e schiaffi e pugni seguitarono a cadere come gragnola sulla faccia anziché all’occipite. Ad ogni risposta le percosse si ripetevano. Sotto i colpi ebbe un atto di impazienza. L’ometto, digrignando i denti, scattò dal tavolino e gli mise la pistola alla tempia, altrettanto fece colui che lo percoteva. Fu avvertito che anche se avesse negato all’infinito sarebbe stato egualmente condannato, poiché si sarebbe messo a verbale che, perquisito, gli era stata trovata in tasca una pistola; una di quelle con le quali lo si prendeva di mira.
Alla fine le percosse non gli diedero più alcuna sensazione di dolore, la luce stessa della lampada gli sembrava molto attenuata. Evidentemente, però, i suoi ostinati dinieghi avevano messo l’inquirente in qualche difficoltà. L’interrogatorio fu sospeso e l’inquisito venne fatto uscire da quel luogo di tortura.
Non venne eretto e, di conseguenza, non fu firmato, alcun verbale. Sospinto con la canna del moschetto da vari militi, poscia perquisito da un caporale, il malcapitato fu rinchiuso in una camera di sicurezza interna al secondo piano, dove erano rinserrati gli altri poveretti già partigiani del Montello. Durante la notte due di questi furono più volte chiamati e nuovi esami e poi fatti risalire.
Alle 4 del mattino fu ancora la volta di mio figlio. Messo alla presenza degli individui prima descritti, e interrogato, venne nuovamente percosso, indi fu fatto spogliare a torso nudo.
Un tenente portò in mezzo alla stanza un tavolinetto col piano strettissimo e a quello il paziente fu fatto appoggiare nel punto giusto con le reni, e messo in bilico. Un individuo dalla faccia patibolare, alto, magro, biondo, quello che prima lo aveva tanto ferocemente percosso – portava i distintivi da sottotenente ma, indubbiamente, doveva essere un avanzo delle patrie galere – andò, con uno scudiscio di nervo di bue in mano, a sedersi vicino al malcapitato. Dopo una decina di minuti di quella sospensione che pareva spezzargli in due la colonna vertebrale e fargli scoppiare gli intestini, le braccia e le gambe del paziente quasi toccarono il pavimento. Il carnefice allora pronto si mise a roteare minacciosamente lo scudiscio obbligandolo ad alzare le mani ed i piedi. E l’impari lotta cominciò.
- Stai male – diceva il carnefice – Stai male, vero? Starai peggio fra poco. Ti andrebbe bene, ora, un guanciale sotto la testa; ma io ho ben altri tormenti peggiori ancora di questo. Ho il palo per te. Poi, qui sui fianchi ove ti cola il sudore, ti verserò della benzina e l’accenderò. Sentirai che piacere. Il torturato sentiva che era all’estremo di ogni sua forza, ma non volle parlare e non parlò. Fu la sua salvezza e quella di altri ancora.
Era quasi incosciente quando fu tolto da quello strumento di tortura e, benché barcollasse, costretto a mantenersi ritto in piedi, sotto l’implacabile minaccia dello scudiscio e delle armi. Le domande si fecero più precise e più pressanti. Si chiese notizia di una certa radio trasmittente che funzionava sul Montello. Si voleva assolutamente sapere come era finita quella certa faccenda di lanci, gli vennero fatti nomi di partigiani, di componenti Comitati di Liberazione. Il torturato, a buon punto, ricordò che Fiacca, l’eroico partigiano di Venegazzù era caduto e, quasi sicuro del fatto suo, perché con gli altri partigiani non aveva mai trattato argomenti simili, seppe accanitamente difendersi dalle insidiose investigazioni del feroce avversario.
Dopo un serrato scambio di domande e risposte, delle quali, naturalmente, non fu redatto alcun verbale, verso le sei il prigioniero venne rimandato in camera di sicurezza. Non potendo più mantenere la posizione eretta, tanto gli doleva la schiena, i carcerieri a spintoni gli fecero risalire le scale.
Non si creda che le torture e le percosse siano state riservate unicamente a mio figlio.
Lo studente in medicina Burei venne percosso, frustato, torturato. Dopo tre o quattro mesi ebbi occasione di vederlo: portava ancora sul volto il segno delle scudisciate.
Il maresciallo Dalla Costa Leone fu varie volte flagellato e posto sul tavolinetto. Fra le tante ebbe una frustata sulla cicatrice di un atto chirurgico da non molto tempo subito, frustata che quasi riapriva la ferita.
Bellini, De Faveri, Visinelli, i fratelli Giolo, Intingoli, Brunoro, furono tutti percossi bestialmente e torturati. I primi due portarono nella tomba le stimmate del martirio sofferto.
Sul viso di un prode vegliardo, animo fiero di patriota, Giovannacci Lazzaro, anima generosa e pura, vennero spezzati due scudisci  ed un terzo venne reso inservibile. Il Giovannacci, quando venne ricondotto in camera di sicurezza, aveva le ossa nasali fratturate, il suo volto era una massa informe di carne sanguinolenta. Fu tetragono a ogni coercizione, si dichiarò sovventore dei partigiani del Montello, ma non accusò nessuno, mai. Il giorno appresso la tortura chiese ad una giovane donna, al soldo dei Mas, che per carità bagnasse d’acqua fresca il fazzoletto per rinfrescare le sue sanguinanti piaghe, ed ebbe un rifiuto dalla sgualdrina che non volle essere da meno di chi la pagava.
Quando i resti di Lazzaro Giovannacci saranno esumati, si vedrà di quali torture egli sia stato vittima.
Questi i metodi di coloro che predicavano il nuovo credo e impunemente parlavano in nome della Patria.
* * *
Come venivano trattati i prigionieri?
Ricevevano un piatto di brodaglia fredda  e cento grammi di pane a metà giornata, altrettanto alla sera. Erano rinserrati in un’unica cella di forse tre metri per lato, senz’aria e senza luce. Ripeto, senz’aria e senza luce, ed erano in 17. Così, durante la prigionia, nessuno di essi potè mai distendere le dolenti membra. Chi dormiva sopra, chi sotto il tavolaccio, raggomitolati sovrapponendosi gli uni agli altri. Non venne mai concessa un’ora d’aria ai poveretti che infine erano ridotti in uno stato compassionevole. Alla sera e alla mattina soltanto venivano condotti ad evacuare. Il passaggio dall’aria mefitica della cella, all’aria meno corrotta della latrina, produceva in essi affanno; alcuni svennero. Le famiglie mandavano ai prigionieri quanto di meglio potevano, il meglio veniva trattenuto ed impunemente goduto dal personale di guardia. Di 100 sigarette un detenuto non ne ebbe una. Il vitto che ricevevano dalla famiglia lo dividevano fraternamente fra loro; ma tutte le volte quel vitto non arrivava. Per otto giorni allo studente Berrei fu mandato il desinare e la cena che egli mai ricevette. Uno dei prigionieri, Judica, ferito per errore da uno degli aguzzini con un colpo di pistola al fianco, non venne fatto visitare dal medico. Fu fatto medicare, per modo di dire, da una di quelle donne che si erano messe al soldo della Mas. Non era ancora guarito quando venne fucilato. Evidentemente il capo di quell’ibrido organismo denominato Mas desiderava che la vita del carcere rimanesse occulta a tutti, medici compresi, ed aveva i suoi buoni motivi.
Ciò non toglie che quando i familiari, preoccupati delle voci che correvano sulla sorte dei prigionieri, si presentano chiedendo notizie dei loro congiunti, non venissero loro fornite, con una sfrontatezza impudica, le migliori assicurazioni circa il generoso trattamento praticato ai captivi.
Ad una povera mamma che in lacrime domandò dell’unico figlio, il protervo comandante, che si riservava anche il diritto di presiedere quel consesso giudicante di nuovo conio, rispose che il di lei figlio stava benissimo: era stato messo in una cella da solo, aveva una buona branda e coperte quante ne voleva, vitto abbondante, perfino il secondo piatto.
Il figlio invece si trovava ammucchiato con gli altri poveretti, non aveva a sufficienza da mangiare e, nella notte precedente, era stato bastonato e torturato.
Così si operava da coloro che dicevano di andare verso il popolo.
* * *
Se in questo mondo vi sono i malvagi, vi sono anche i buoni.
In quei fortunosi giorni la signorina P.L. di Ciano spontaneamente mi offrì la sua collaborazione. Il suo disinteressato aiuto mi fu prezioso: dove da solo non sarei mai arrivato, tempestivamente giunsi in sua compagnia.
La mia brava collaboratrice certamente ricorderà quanto in appresso verrò narrando, e, nel ricordo, troverà le tracce della sua valida cooperazione.
La prigionia di mio figlio si prolungava e facevo le più nere previsioni, quando, per vie traverse, mi giunse un primo biglietto, pochi giorni dopo un secondo, poi un terzo. Mi scriveva di trovarsi coinvolto in una strana faccenda di radio messaggi e di lanci; il suo nome era stato fatto non sapeva da chi. Egli aveva ostinatamente negato, sorretto dalla fede di sentirsi puro.
Dunque mancavano le prove della sua attività. Compresi essere giunto il momento di agire. Il 27 dicembre feci una prima visita al comando tedesco di Covolo. Fui ricevuto, molto rispettosamente, da un capitano che parlava correttamente l’italiano. Esposi il mio caso ed i miei dubbi circa i metodi praticati per estorcere delle confessioni. Egli si sarebbe interessato, ma non poteva agire di autorità perché i Mas erano organi indipendenti.
Si interessò nella stessa giornata, e nel pomeriggio mi fece dire che, ove non fossero state scoperte altre trame, la vita, almeno, di mio figlio, sarebbe stata salva.
Il 29 dicembre, ormai deciso a non indietreggiare di fronte a qualsiasi difficoltà, mi recai personalmente a Crocetta per conferire col famigerato comandante della Mas.
Nell’attesa, corrompendo uno degli uomini di guardia, mi fu mostrato mio figlio da una inferriata. Non si reggeva in piedi, era giallo, disfatto; mi fece cenno di un saluto con la mano e si ritirò.
Gli gridai di non confessare mai.
Senza bisogno di alcuna spiegazioni compresi quali prove aveva superato e mi sentii ardere di sdegno.
Verso le 18, dopo una attesa di parecchie ore, fui introdotto dal comandante. Era vestito come al solito in abito civile; altri pseudo ufficiali in uniforme gli facevano corona. Mi fecero sedere. Chiesi in quale posizione si trovava mio figlio di fronte alla legge. La domanda era capziosa, si finse di non comprenderla.
Precisai domandando in quale posizione si trovava di fronte al comandante della Mas. E questi, allora, con arroganza rispose che la posizione era appannata, offuscata, occorreva fosse fatta luce completa sulle varie manifestazioni della sua attività. Insistei per sapere di quali appannamenti ed offuscazioni si trattasse. Mi si disse che il 16 Agosto, quando i partigiani si erano asserragliati in casa mia, mio figlio si era permesso di dare dei consigli.
Risposi tosto che se avesse dato il consiglio di non commettere delitti anch’io avrei sottoscritto il consiglio a piene mani. Chiesi senz’altro di condividere la sua sorte. Chi mi stava di fronte avvertì la stoccata e rispose, con un sorriso rabbioso, che gli dispiaceva di non avere elementi sufficienti per incriminarmi. Risposi che si trovassero come si erano trovati per mio figlio che non aveva mai fatto del male a nessuno, né si era mai interessato di politica. Il comandante domandò se l’accento napoletano rendeva le sue parole incomprensibili, ed alzando minacciosamente la voce avvertì che non erano ammessi processi. Dissi che comprendevo benissimo, chè napoletani, durante la mia vita, avevo avuto occasione di conoscerne non pochi e li avevo sempre trovati cortesi e gentiluomini perfetti. Il colloquio divenne serrato, stringente.
Nella tema di non poter trattenere il mio sdegno e di compromettere ancora di più la sorte di mio figlio, mi alzai ripetendo che ero un vecchio soldato e nessun evento mi avrebbe fatto paura. Domandai ancora la libertà di mio figlio il quale non era colpevole di alcun delitto.  Ripresi le stampelle ed uscii mentre dal gruppo dei pseudo ufficiali sentii distintamente qualcuno lamentarsi di essere stranieri nella loro Patria. Varcata la soglia fui raggiunto da uno di loro che cercò di rabbonirmi. I biglietti dal carcere mi erano guide preziose. Con parole più miti ribadii quanto avevo detto prima, dipingendo mio figlio quale innocente vittima di calunnie di gente desiderosa di scagliare la propria responsabilità sulle spalle altrui. L’ufficiale, certamente il più educato della comitiva, almeno dalle apparenze, tentò qualche sondaggio, poi mi lasciò partire dandomi buone speranze per i prossimi giorni. Ho avuto l’impressione che egli abbia speso, presso il suo superiore diretto, una buona parola per il buon esito della mia causa.
Avevo esposto le mie ragioni senza reticenze. Durante la notte, e nella giornata seguente, rimasi in attesa di vedere esaudito il mio desiderio: quello cioè di condividere la sorte di mio figlio. Invece la serata del 30 dicembre, mio figlio, libero, rientrò nella casa paterna, da dove dieci giorni prima si era allontanato con previsioni tanto nere.
* * *
La sera del 1° gennaio 1945 si diffuse la notizia che un falegname di Crocetta aveva ricevuto dalla Mas l’ordinazione di sei casse da morto da tenersi pronte per la notte. Le esecuzioni, quindi, avrebbero dovuto essere sei e, un ordine successivo, le avrebbe ridotte a cinque. Non si seppe mai il nome di colui il quale avrebbe dovuto giacere nella sesta cassa.
La tragedia era giunta all’epilogo.
Nella notte dall’uno al due gennaio il Parroco di Crocetta ebbe l’incarico di preparare i predestinati all’estremo passo. Sostennero con calma la notizia della loro fine imminente: erano ormai abituati all’idea della morte e, forse, in qualcuno di essi, la morte era un sollievo, la certezza di non subire altre torture. Ricevettero con gioia i conforti della religione, Si affidarono alla misericordia divina, esprimendo tutti un solo desiderio: quello di non essere più bastonati.
Alle ore cinque del due gennaio 1945, due autocarri giunsero al cimitero di Ciano. Ne scesero i suppliziandi e gli esecutori. Le strade furono bloccate, i curiosi allontanati.
Allineate al muro di cinta furono poste cinque sedie, a queste furono legati i poveretti con le mani dietro la schiena. Non fu loro concesso di rivedere un volto amico.
Poco dopo una scarica stroncava cinque vite:
1. Giovannacci Lazzaro
2. Judica Giuseppe
3. De Faveri Giulio
4. Bellini Secondo
5. Marsura Luigi
I loro corpi vennero rinchiusi in fretta nelle casse portate al seguito, con l’ordine categorico che fossero tumulate appena scavate le fosse. L’accanita persecuzione continuava oltre la morte.
Più tardi la vedova di Judica venne chiamata dalla Mas. Il comandante si disse incaricato dal suppliziato di dare l’estremo bacio alla piccola che era venuta alla luce mentre il di lei padre trovavasi in prigione.
La donna portò la piccina e l’ignobile comandante non si peritò di baciare la figlia di cui pochi giorni prima aveva fatto uccidere il padre. Nel baciarla mostrava gli occhi velati di lacrime: fenomeno di sadismo o satanica ipocrisia?
Il 26 gennaio 1945, un partigiano di ignota provenienza venne catturato nell’ufficio del direttore del Canapificio Veneto di Crocetta, dove si era recato per esigere l’erogazione di una certa somma a favore della sua causa.
Fu catturato col solito tranello, portato nella caserma dei Mas, interrogato. La sua sorte fu troppo rapidamente decisa. La mattina successiva, 27 gennaio, fu trasportato al cimitero di Ciano. Chiese di essere fucilato da soldato: al petto. Gli fu consentito soltanto di ordinare il fuoco che doveva sopprimerlo. Giovane dall’animo di ferro, ordinò a voce alta e ferma: Sparate.
Ma i fucili tentennavano nella mani malferme degli uomini del plotone di esecuzione, ammirati ed intimiditi della forza di quell’impavido. Lo studente Giammario Bruno, di 19 anni da Cividale, fu finito con un colpo di pistola sparatogli dal sergente maggiore Mariucci dopo la seconda scarica. Fu l’ultima vittima dei Mas.
* * *
Qualche giorno dopo la soppressione delle prime cinque vittime e cioè il 7 gennaio, i prigionieri superstiti erano stati trasportati altrove. Nelle carceri di Piazza del Duomo a Treviso, a disposizione dell’ufficio di polizia politica, erano stati rinserrati Dalla Costa Leone – Bolzonello Giovanni – Intingoli Francesco – Carlo e Sante Giolo – Brunoro Narciso – Visinelli Adelmo e la giovane Buratto Costanza. Giovanni Burei, messo a disposizione di un capitano delle brigate nere, era strettamente sorvegliato e alla sera veniva messo sotto chiave nei locali a ciò adibiti dall’ufficio politico. La signora Guillon era stata mandata a Milano.
Pure Calabretto era stato fatto partire per Milano, sede della Mas. Rasera di Montebelluna, Alberto Giolo e Morello Guido di Ciano erano, come sopra si è detto, stati scarcerati alla fine di dicembre.
Vuotate le camere di sicurezza, scavato l’orrore attorno a sé, anche i maggiori responsabili dell’ecatombe del 2 gennaio, cioè quella specie di ufficiali buoni a tutto fare, alla sordina ci tolsero il disgusto della loro ignobile presenza. I pochi militari rimasti a Crocetta verso la fine di marzo dissero di aver ricevuto l’ordine di raggiungere il fronte: motivo per cui vennero raccolti nelle vicinanze del confine svizzero, in provincia di Como, nei pressi, si disse, di M. Orfano.

[1] Lazzaro Giovannacci nacque a Mulazzo (Pontremoli) il 12 luglio 1884 da modesta famiglia di commercianti, che dalla Toscana passarono in Piemonte in un paese della provincia di Novara, dove i lavori allora in corso per il traforo della galleria del Sempione offrivano occasione di guadagno. Il carattere aperto e gioviale che si rivelò in lui sin da fanciullo, mai venne meno nel corso della sua vita, pur attraverso dure esperienze dell’umana ingratitudine. Non avendo potuto coltivare, come avrebbe desiderato, le sue spiccate attitudini per la meccanica, si diede al commercio con ardore giovanile e idee grandiose. Sposatosi poco più che ventenne, fu prima a Tenda (Cuneo) poi in America (Nuova-York, Boston, Buenos-Aires). Un sereno ottimismo accompagnava ogni sua iniziativa, sennonché un’onestà irreprensibile e la generosità del suo cuore, non solo gli impedirono di accumulare ricchezze, ma gli prepararono spesso la rovina. Pertanto in quegli anni la fortuna non gli fu favorevole. Alla perdita delle due prime adorate figliolette vennero ad aggiungersi  rovesci finanziari, per cui si trovò a rincominciare daccapo quando quattro anni dopo fece ritorno in patria. Tranquillo soggiorno gli offerse un paese della Campania , dove si recò per motivi di lavoro durante la costruzione della ferrovia Roma-Napoli. Fu un periodo breve, La prima guerra mondiale lo chiamava alle armi. Stabilitosi a Venezia nell’immediato dopoguerra, si tenne lontano da ogni competizione di parte, né mai in verun anno di regime fascista volle aderire al partito, che illegalmente era salito al potere e aveva tolto al popolo la libertà. Allochè a Marghera sorsero le prime case del Quartiere Urbano, egli fu tra i pionieri della vita commerciale di quella zona. Fra le inevitabili incertezze che seguono il sorgere di una grande opera nuova, aperse un modesto negozio di ferramenta, che andò via via ingrandendo con lunghi anni di indefessa operosità. Il lavoro occupò invero ogni sua attività, ma non così da impedirgli di considerare e sentire in cuor suo il mal operato dell’odiato regime, che prima con l’alleanza alla Germania poi con la dichiarazione della guerra avviava l’Italia alla completa rovina. Pertanto il 25 luglio 1943 salutò con sincero entusiasmo la caduta del despota, entusiasmo che non venne meno neppure dopo l’invasione tedesca e la reazione fascista dell’8 settembre, ma anzi gli fu di incitamento ad agire per la santa causa, a cui si diede con nobile disinteresse, esortando ed aiutando i giovani a sottrarsi ai tedeschi, divulgando foglietti di propaganda antifascista, sovvenzionando i Partigiani e fornendoli di armi, esponendo infine la propria vita e quella del figlio, allorché la sera del 1° marzo 1944, sfuggito ai fascisti venuti per arrestarlo, riparava sul Montello tra i Partigiani con i quali condivise serenamente i rischi e i disagi. Aveva allora sessant’anni, nondimeno, entrato a far parte della Brigata Mazzini, fu lottatore instancabile e, per i Partigiani, animatore, padre, fratello, compagno. Era un uomo semplice, ma onesto e deciso. Non era oratore, ma le sue parole avvincevano ed entusiasmavano. Salvatori per miracolo durante il rastrellamento di settembre insieme con gli altri Partigiani che non avevano voluto abbandonare il Montello per mettersi in posizione più sicura, non ebbe ugual fortuna allorché due mesi dopo giungevano in zona reparti della X Mas. Da essi arrestato il 18 dicembre, ebbe a soffrire pene indescrivibili, che tuttavia non riuscirono a strappargli rivelazione alcuna. Quando rientrava nella cella con il viso trasfigurato dalle torture patite, sedendosi in un angolo tra gli altri detenuti Partigiani, trovava voce soltanto per raccomandare ai compagni di non accusarsi l’un l’altro, ma di lasciare che lui solo, ormai vecchio, si prendesse tutta la responsabilità. Così sopportò ogni vessazione senza mai un lamento, conservando intatta la sua fede e alla fine destando l’ammirazione dei suoi stessi aguzzini, i quali tuttavia vollero con la fucilazione occultare le loro nefandezze, essendo il viso dell’eroico vegliardo l’immagine vivente del martirio.

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Capitolo VI°

UNO SGUARDO RETROSPETTIVO

Chi erano e di quali delitti furono ritenuti rei i primi partigiani di Ciano?
I nostri conterranei soppressi da fuoco fratricida, erano poveri giovani che avevano sempre vissuto del loro onesto lavoro. Traviati dalla guerra, si erano fatti partigiani ritenendo di farsi dei meriti ed acquistare a buon mercato la gloria con piccole azioni locali. Poi non ebbero più la cognizione esatta di quanto commettevano e, forse, andarono al di là delle loro intenzioni. Un fatto deve essere tenuto presente: sul loro conto non fu mai elevata un’accusa specifica. Da un regolare processo pubblico sarebbero emerse le singole responsabilità. Furono bensì dannati a morte, ma atti processuali, a loro carico, non ne vennero eretti.  Tempo verrà in cui sarà fatta luce su quanto finora artatamente si sparse ad offuscare le azioni e la memoria dei poveri giovani, e dato su ognuno di essi un giudizio sereno. Non è mia intenzione fare l’apologia dei defunti; ma sento imperioso il dovere di ricordare che le inulte vittime furono dei precursori del movimento di liberazione.
Si: essi furono inconsapevoli precursori dei patrioti che pochi giorni or sono scrissero ancora una pagina di gloria nella storia d’Italia. Chi ha un cuore, chi ha una fede, non lo dimentichi mai.
La loro stessa comparsa in armi in quei giorni oscuri, costituì un’affermazione di italianità.
Sulle loro fosse non fu deposto un fiore.
Eppure la loro fine desta più ammirazione di quelle penne di pavone di cui certuni si adornano oggi, dimentichi dello sviscerato amore pel quieto vivere di ieri.
Giunti alla cime del calvario essi ebbero la morte in premio. Altri, con senso pratico, mirarono al guadagno ed altro nume non conobbero all’infuori del proprio interesse, a perseguire il quale tutti i mezzi servivano per raggiungere il fine. Se fra i partigiani del Montello qualcuno mancò, espiò la sua colpa con la tortura e la morte.
Di ciò deve essere tenuto il dovuto conto.
Dio, Supremo Giudice, abbia pietà dei miseri, deterga la memoria, confonda la calunnia, dia pace e riposo eterno a chi sofferse e cadde invocando perdono e pace della Sua Divina Misericordia.
Ma essi non vennero dannati a morte per avere mancato alle leggi, Per ciò sarebbe stato sufficiente deferirli a un tribunale ordinario il quale avrebbe colpito a norma della legge penale vigente.
Essi vennero inesorabilmente stroncati perché erano partigiani e si voleva, con un esemplare castigo, atterrire e domare la zona Montelliana. Prevaleva la teoria dell’esempio e a questa fu dato corso. Non fu commesso che un delitto fra i più nefandi. E chi arbitrariamente si eresse a giudice ben sapeva di commettere un delitto. Ancora nell’estate 1944 i tedeschi avevano emanato proclami e distribuito avvisi – ne conservo copia – nei quali si invitavano i partigiani a ritornare alle loro case. Si prometteva pane e lavoro, si garantiva la vita «…una vita degna di essere vissuta».
Questo da parte dei tedeschi.
I repubblicani sociali, a buon conto, non avevano fatto promesse e di ciò se ne valsero per uccidere quanti partigiani caddero nelle loro mani: brutale sfogo di odio di parte. A Crocetta del Montello gli ufficiali della X Mas, per giustificare l’opera bestialmente repressiva ad ogni costo di libertà e di patriottismo, si atteggiarono a giudici. Erano qualche cosa di più di persecutori, ma giudici non erano.
A loro nessuna legge, nessun provvedimento statale, nessuna autorità aveva devoluto il compito di reprimere, di torturare, di giudicare, di sopprimere.
Fu un infame arbitrio inflitto a gente inerme. Nessuno ancora conosce, né vide, né vedrà mai le sentenze in esecuzione delle quali sei partigiani furono barbaramente soppressi a dileggio, a scorno, a ludibrio di ogni forma legale. Non vi furono sentenze perché mancava la legalità.
L’arbitrio si sostituiva alla legge.
La forza e le armi sopprimevano il diritto. Eppure i carnefici avevano paura delle vittime. Ecco il motivo per cui i Mas agirono con circospezione, nel silenzio e nella notte: desideravano non rimanesse traccia del loro operato.
Ecco il motivo per il quale la camera di sicurezza fu una tomba di viventi dalla quale nessuno poteva affacciarsi. Si temeva che quei poveri volti rigati dalle frustate divenissero atti di accusa per quelli che le frustate avevano inferto senza pietà.
Questo l’unico motivo per il quale venne stroncata l’intemerata vita di Lazzaro Giovannacci, purissimo eroe dell’idea nazionale.
La condotta dei Mas fu arbitraria, ogni loro ordine fu arbitrario, ogni loro azione fu arbitraria, ogni loro condanna un assassinio.
Giustizia vuole che luce sia fatta su tanti orrori.
Ma perché l’oblio non avvolga fatti e nomi addito all’imperscrutabile Giustizia Divina e ricordo agli uomini onesti i nomi di coloro che nelle sommarie e cruenti procedure si macchiarono di indelebile infamia:
1) Dal Giudice Guido – già capitano commissario della R. Marina comandante e principale inquirente della Mas.
2) Subba Pasquale – capitano della X Mas – inquirente.
3) Ghinassi Antonio – tenente della X Mas – inquirente.
4) Dal Bianco Gino – sottotenente della Mas, addetto alla fustigazione e alla tortura dei prigionieri.
5) Mariucci Filippo – di Ascoli Piceno secondo capo X Mas aguzzino e seviziatore.
6) Damiani Pietro – maresciallo della X Mas aguzzino e seviziatore.
7) Boccalacci Oddo – sottufficiale della Mas aguzzino e seviziatore.
Patrioti, Gente del Montello ricordate!
La nemesi dirà un giorno se il martirio sia retaggio dell’oppresso o se talora non si ritorca sull’oppressore e se questo, a sua volta, possa invocare la fratellanza umana alla di cui voce rimase insensibile in nome di una fede politica apportatrice di lutti, di miserie e di estrema rovina per l’intera Nazione.

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Capitolo VII°

LA SUPERIORITA' DELLA RAZZA ELETTA

Con la progressiva ritirata dal territorio russo, la Germania, ancora alla fine del 1942, aveva dato il primo manifesto segno di debolezza e resa evidente la sua impossibilità di tener, per lungo tempo ancora, soggiogata la vittoria.
Il tempo le era un fattore avverso.
Col 1943 l’iniziativa delle operazioni passò nelle mani degli alleati.
Nell’inverno 1944-45 la Germania si teneva ancora saldamente in piedi incutendo terrore più ai popoli invasi e ai suoi satelliti che ai suoi avversari.
Con la primavera del 1945 malgrado la strategia elastica e relativi sganciamenti, i magniloquenti articoli della sua propaganda e la minaccia di quelle armi segrete, che tali rimasero perché di esse non si conobbero mai gli effetti, curvò sempre più sotto le dure percosse dei suoi nemici finchè giacque stremata e vinta.
La primavera del 1945 segna pure i primi albori di una resurrezione della tradita Italia, dell’infelice Patria nostra.
Anche il povero paesetto di Ciano avvertì la ripercussione dei grandi avvenimenti. E soffrì ogni miseria che li precedette.
Le condizioni del paese, per quanto riguarda l’alimentazione, erano andate progressivamente peggiorando dall’inizio della guerra in poi. La burocrazia locale, cioè l’ufficio accertamenti agricoli e quello per la compilazione e il rilascio delle varie carte annonarie, non aveva risolto il difficile problema di produrre e di trovare viveri, e di distribuirli in proporzione ai veri e reali bisogni della popolazione. Se si avesse dovuto vivere con quanto veniva distribuito a ragione di carta annonaria, saremmo tutti morti per esaurimento entro l’anno dell’entrata in guerra. Col prolungarsi di questa, nelle campagna avvenne qualcosa di peggio. Con un'infinità di pretesti, uno più esilarante dell’altro, non venne distribuito neppure quanto era stabilito dalla carta annonaria. Alla fine cessò ogni distribuzione, e allora sopravvenne in tutti una fame più o meno larvata, tranne che pei ricchi; ma di ricchi a Ciano ve ne sono stati sempre ben pochi.
Confessare l’impotenza di sopperire alle più impellenti necessità della popolazione non si voleva, di conseguenza fu escogitato tutto un sistema vessatorio, a base di imposizioni più o meno balorde, a danno del produttore e della produzione e con nessun beneficio pel consumatore, perché dal nulla, nulla si ricava. Infine, in obbedienza alle direttive del Capo della Provincia, nei comuni si istituì un unico organo di distribuzione. Per sede di questo nuovo organo a Crocetta venne scelto, nei primi mesi del 1945, il capoluogo del comune, sede troppo lontana rispetto alle case poste sul Montello. Il rimedio, tentato col lodevole scopo di lenire il disagio di cui soffriva la popolazione, lo rese quindi ancor più grave e divenne una derisione quando, mancando ogni cosa, si distribuì mezzo chilo di pasta al mese per persona, ed un brodo di carne fu un pio desiderio anche per i malati più gravi. Le privazioni materiali hanno una seria influenza sul morale; quando poi superano il limite del sopportabile provocano l’esasperazione e questa, o presto o tardi, in qualche modo si manifesta. A Ciano in quel tempo si godeva delle sconfitte dei tedeschi come fossero vittorie nostre.
La scissura fra fascismo e popolo da lungo tempo si era fatta irreparabile.
Non si voleva affogare nella barbarie, era in tutti acuto il diritto di vivere più umanamente.
Frattanto alcuni di questi nostri compaesani che al 7 gennaio erano stati tradotti nelle carceri di Treviso a disposizione di quell’ufficio di polizia politica, fecero domanda, pur di non marcire in carcere, come era nelle previsioni, di arruolarsi nelle brigate nere fasciste. Avrebbero cambiato il vestito, il cuore rimaneva quello, la fede integra e poteva presentarsi l’occasione per spendere bene la vita. La domanda non fu accolta. I due fratelli Giolo, appena usciti dalla galera per l’arruolamento nell’esercito repubblicano, fuggirono e si nascosero sul Montello: non vollero neppure per un’ora servire quelli nel cui nome erano stati martoriati.
Gli altri, non arruolati, poterono ritornare alle loro case verso i primi di febbraio, non dimentichi di quanto avevano patito, desiderosi di pagare con eguale moneta i loro persecutori.
Il maresciallo Dalla Costa, novello Anteo, appena toccò la terra natia si sentì ritemprato. Più guardingo di quanto era stato in precedenza, riannodò le fila coi vecchi partigiani di questa e di altre zone e si tenne pronto ad ogni evento, assumendo la direzione delle operazioni locali.
Qualche cosa di nuovo era nell’aria, lo si sentiva malgrado le tranquille apparenze.
Nella notte dal 17 al 18 aprile, tre militari tedeschi, mentre sulla pedemontelliana nord da Ciano si dirigevano ai SS. Angeli, giunti a S. Margherita venivano fermati. Invitati a deporre le armi, uno di essi, a quanto si disse, fece l’atto di mettere mano alla pistola; furono uccisi a bruciapelo e lasciati sulla strada.
Il giorno appresso tutti gli abitanti della piccola borgata, temendo le rappresaglie tedesche, fuggirono sul Montello portando seco il bestiame, masserizie e quanto ancora trasportabile. Invece passarono sì degli autocarri di tedeschi armati, si recarono sul posto dove i loro camerati erano stati uccisi, fecero qualche domanda agli abitanti delle case vicine, trasportarono le salme a SS. Angeli, ma, rappresaglie non ne avvennero.
Ben diversamente si sarebbero svolte le cose se il fatto fosse successo solo un mese prima.
Nei giorni seguenti il movimento dei patrioti, nome col quale ora si designavano i partigiani vecchi e quelli nuovi, si fece più audace. A gruppi, ed anche isolati, apparivano armati sulle strade di Ciano.
Con rapida progressione, l’azione, sebbene non coordinata, si fece più decisa ancora.
I patrioti, per dislocarsi più celermente, si impadronirono di un paio di autocarri e di qualche motocicletta dei tedeschi accantonati a Filanda Marcato.
Un autocarro venne qualche ora dopo ripreso dai tedeschi, i quali a loro volta, il 21 Aprile, sorpresi per la strada di Crocetta, nelle vicinanze di Villa Ancillotto, due giovani in bicicletta: Andreola Mario di Crocetta e Bof Bortolo di Nogarè, li perquisirono e, trovatili in possesso di pistole, li passarono immediatamente per le armi.
La lezione rese più cauti i patrioti, non ne deferì l’azione. Si intensificarono, intanto, da parte dell’instancabile Dalla Costa, a nome del comitato di Montebelluna, le trattative perché, in vista dell’imminente ritirata dal Veneto, i piccoli presidi di Ciano, e di S. Maria della Vittoria, cedessero pacificamente le armi. A questi il 29 aprile si unì il distaccamento di Villa Paccagnella comandato da un tenente. Parte delle truppe tedesche dei detti presidi furono, dai patrioti stessi, muniti di un salvacondotto, nascosti nel Montello e di lì non si mossero. Una piccola parte, invece, fuggì e si presentò ai tedeschi sopravvenienti nella mattinata del giorno 30.
Le armi degli uni e degli altri costituirono l’armamento dei patrioti i quali, sebbene non inquadrati e ben poco addestrati, si riunirono in gruppi di pochi in attesa dell’occasione propizia per agire di loro iniziativa.
* * *
Il 30 aprile, circa alle ore 5, una colonna tedesca in ritirata sulla feltrina, per sottrarsi all’azione dell’aviazione alleata, al bivio Comin prendeva la strada per Valdobbiadene. Giunta a casa Mazzocato si dirigeva per S. Pellegrino con l’intendimento di raggiungere a guado la riva settentrionale del Piave.
Era preceduta da un’auto lettiga che ostentava bandiere della Croce Rossa. Alla Crosera di Ciano l’auto lettiga fu fermata da tre patrioti che ne volevano visitare l’interno. Immediatamente sopraggiunsero vari motociclisti tedeschi, che a breve distanza fecero fuoco con le armi automatiche sui patrioti, i quali si ritirarono senza rispondere al fuoco, senza opporre resistenza alcuna. Evidentemente l’autolettiga non aveva lo scopo di trasportare feriti, ma quello di procedere in avanscoperta la colonna; tranello praticato sistematicamente dai nostri nemici.
Le strade della borgata furono ben presto invase dai tedeschi che si precipitarono nelle case operando perquisizioni, prendendo ostaggi, commettendo violenze di ogni genere. Alla Crosera di fermò il grosso della colonna. le pattuglie, senza toccare il Montello, si spinsero in avanti.
Alle 6, circa, erano alla Chiesa.
Entrarono immediatamente nelle case. La prima ad essere visitata fu quella del maresciallo Dalla Costa. Egli era assente, chi aprì la porta fu sua moglie.
In uno stanzone dormivano otto russi scappati dal seguito dei tedeschi alcuni giorni prima. Furono ripresi, schiaffeggiati, percossi senza misericordia col calcio dei fucili e costretti a seguire, armi alle reni, i loro padroni. Forse furono tre di questi poveretti che i tedeschi, alla sera, fucilarono a S. Pellegrino prima di rimettersi in marcia. Sei tedeschi, arresisi nei giorni precedenti ai patrioti, dormivano su un fienile, prospiciente il cortile. Al sopraggiungere dei loro connazionali si nascosero sotto la paglia, poi, al momento buono, aiutati dagli abitanti del luogo, fuggirono sul Montello. La casa del Dalla Costa era il ritrovo dei patrioti di Ciano. Ivi erano state depositate, in parte, le armi cedute pacificamente giorni prima dai tedeschi dei piccoli presidi vicini; nel cortile vi era un autocarro tedesco sul quale era inalberata la bandiera dei patrioti, una motocicletta, qualche carro e, nelle stelle vicine, alcuni cavalli. Sul tavolo della cucina facevano bella mostra di sé una radio, e una macchina da scrivere. Il comandante la pattuglia domandò alla moglie del Dalla Costa come mai tanto materiale bellico si trovava nella casa.
La signora, vera figlia dell’eroica Sardegna (aveva saputo rispondere magnificamente anche alle insinuazioni del famigerato Dal Giudice comandante durante la prigionia del marito) non si smarrì, rispose, con fare ingenuo, che la sua casa era servita di alloggio a una compagnia di soldati tedeschi che erano fuggiti. La risposta era buona e come tale fu presa dato il momento. Probabilmente, se il fatto fosse avvenuto qualche tempo prima, la soluzione sarebbe stata ben diversa ed un buon esempio, di pretta marca tedesca, avrebbe allietato Ciano e paesi limitrofi.
Forse da parte del comandante la pattuglia non si vollero approfondire le indagini per evitare un’ulteriore perdita di tempo; tempo prezioso di cui, nel sospettoso concetto tedesco, i patrioti avrebbero potuto profittare per condurre un attacco contro la colonna che stava riposando.
Ad ogni buon conto il comandante la pattuglia, servendosi dei prigionieri russi catturati e degli uomini delle case vicine, lestamente carico sull’autocarro tutto il materiale bellico rinvenuto e coi carri, i cavalli e le motociclette, si ritirò più a ovest, sostando in fermata protetta con la pattuglia più avanzata a casa Morello, mentre i materiali sequestrati erano fatti proseguire verso la Crosera; presso il comando della colonna.
Non si udivano spari, ciò dimostra che in nessuna parte gli elementi esplorandi tedeschi avevano incontrato opposizione. I patrioti, all’apparire della colonna tedesca, si erano ritirati in attesa sulle pendici del Montello.
Comunque, sarebbe stato un errore da parte loro il tentare una qualsiasi azione, dato il loro esiguo numero, l’assoluta mancanza di armi pesanti, di vincoli organici e di un comando che fosse in gradi di ideare e dirigere una operazione redditizia contro la colonna tedesca che si dimostrava ancora salda e decisa alla lotta. Ma l’insufficienza dei partigiani non era del tutto nota ai tedeschi, i quali, con la fretta delle pattuglie avanzate, col loro successivo contegno, col fatto stesso di non essersi abbandonati a rappresaglie per quanto rinvenuto a casa Dalla Costa, dimostrarono di volersi sì premunire da eventuali molestie dei patrioti, ma anche desiderosi di non impegnarsi in un vero e proprio combattimento.
Erano circa le sei e mezza quando una donna piangente veniva ad avvertire che i tedeschi avevano sorpreso suo marito, Vincenzo Reginato, mentre si lavava alla fontana vicina, e lo avevano trascinato con loro. Non erano passati cinque minuti che un gruppo di una quindicina, o forse più, di soldati tedeschi si fermo davanti ai cancelli di casa mia ordinando perentoriamente, fucile spianato, venisse loro subito aperto. Noi uomini, due vecchi di cui uno invalido e l’altro malato, ed un terzo giovane, ma tutti inermi, colti di sorpresa, si fece appena in tempo a nasconderci.
I bravi soldati tedeschi posarono le biciclette e, presentatisi sulla soglia di casa, puntarono il mitra sulle donne e le costrinsero al muro. Quindi passarono stanza per stanza, aprendo o rompendo ogni mobile alla ricerca, dissero, di uomini o armi nascoste.
Fatti sicuri da questo lato, andarono nel pollaio, decapitarono quanti polli ebbero sotto mano, e, consegnandoli, diedero alla padrona di casa precise istruzioni per il pranzo da far trovare pronto alle ore 14 precise. Intanto venivano spalancati i cancelli, introdotto un cavallo con carrozzino, e tosto veniva messa in posizione una mitragliatrice leggera fra i due pilastri, mentre alcuni di loro si appostavano, con mitragliatrici leggere all’esterno dei muri di cinta.
Poco dopo si intesero nuove rabbiose grida tedesche. Quattro giovanotti della famiglia Ughi e Natalino Vanetti, con le mani alzate, brutalmente spinti dai soldati tedeschi che li tenevano sotto la minaccia del mitra, fecero il loro ingresso nel cortile. Un maresciallo, vero tipo di volgare canaglia, li mise in riga e mostrò loro, contandole, le pallottole con le quali sarebbero stati soppressi. Nell’attesa i poveretti devotamente recitavano il Rosario. Una signora anziana, la madre dei signori Ughi, dopo aver seguito i figli nel tragitto, si presentò al maresciallo implorando in tedesco, per la vita dei congiunti, oppure di essere uccisa con loro: venne cacciata con urli, minacce, imprecazioni.
Nel progetto del maresciallo i cinque dovevano essere fucilati sul posto. Prima, però, dovevano scavare la loro fossa nell’orto, perché i cadaveri servissero a fertilizzasse il terreno. Anche la recita del Rosario irritava il maresciallo, finchè fra questi ed uno degli Ughi scoppiò una violenta diatriba. Da principio, a quanto appariva – nessuno dei pochi italiani presenti alla scena comprendeva il tedesco – il maresciallo pareva rispondere con derisione, insulti e ghigni feroci; poi, sotto le sferzanti parole del suo incalzante interlocutore, si fece più calmo, e finalmente le cose parvero prendere una piega meno tragica.
Due dei cinque vennero lasciati liberi. Agli atri tre fu promessa salva la vita, però il previdente maresciallo non li mollò subito. Ordinò loro di scavare una postazione in trincea per mitragliatrici sul lato sud-est del muro di cinta e sorvegliò, mitra spianato, finchè il lavoro fu finito secondo i suoi desideri, poi li lasciò andare.
Da quel momento i bravi camerati tedeschi, maresciallo compreso, pensarono unicamente al loro benessere personale. Nove andarono a dormire; vollero letti ben sprimacciati e fatti a puntino, lenzuola di bucato. Prima di coricarsi chiusero la porta delle stanze dall’interno. Altri rimasero al piano terra, entrando ed uscendo dalle stanze a loro piacere, rovistando nei mobili con sorprendente familiarità e disinvoltura. Atri, ancora, per rendere maggiormente gradito il loro soggiorno, diedero ordini espliciti perché venisse servito loro vino bianco del migliore della cantina e, per essere più sicuri che fosse spillato il vino gradito, col mitra puntato seguivano la padrona di casa quando la poveretta, con un secchio, per più rapidamente soddisfare i desideri degli ospiti gentili, doveva recarsi in cantina. Si trattava, insomma, di gente allegra che mangiava e bevevo senza badare all’economia del prossimo, infischiandosene delle carte annonarie e senza remore di recare disturbo, anzi pretendevano un servizio sollecito ed esatto.
Amanti della pulizia, a turno si lavarono e pettinarono, qualcuno, con i residui di certe boccette, perfino si profumò! Servendosi dei rasoi di casa e di quanto ancora necessario, si rasero accuratamente. Si cambiarono di biancheria profittando, come in appresso si constatò, di quella pulita trovata nei cassettoni. Uno, intanto, che aveva la giubba nera riccamente adorna di distintivi metallici, usciva e rientrava portando continuamente uova, salumi, lardo, burro, grasso e quant’altro poteva estorcere dalle famiglie vicine.
Alle quattordici quattro dei bravi camerati felicemente pranzarono; minestra in brodo, abbondante pollo alesso, una enorme frittata, abbondantissima carne suina insaccata che avevano portato seco, e frittelle di farina di frumento con molto zucchero, che uno di essi, il pasticcere della lieta brigata, aveva preparato anche per gli altri camerati. Gente esperta, a garanzia che tutte le uova venissero messe nella padella, uno dei tedeschi sorveglio la rottura dei gusci e la confezione della frittata, né mancò di assicurarsi che il sale fosse veramente sale assaggiandolo in precedenza. Alla fine vollero il caffè. Veramente avrebbero voluto il caffè coloniale; assicuratisi dell’assoluta mancanza di questo, pretesero un ottimo surrogato, e lo ebbero, perché con padroni simili non erano leciti gli scherzi. I primi quattro avevano appena chiusa la scorpacciata con una bottiglia di buon spumante e già stavano lasciando il posto ad altri, quando giunse, all’improvviso, l’ordine di partenza. Se ne andarono freschi, ben pasciuti, semi ebbri pel troppo vino bevuto, chi in bicicletta, due o tre col cavallo e carrozzino col quale avevano fatto il lieto ingresso. Il maresciallo era partito qualche minuto prima, torvo com’era entrato: dalle loro bocche non uscì una parola che non fosse una minaccia o di comando.
Un rapido controllo nelle stanze portò alla constatazione della sparizione di vari oggetti, d cui alcuni preziosi. Gli oggetti di maggior valore erano spariti precisamente dai mobili della stanza dove aveva riposato il maresciallo.
Questi aveva confessato di essere il commissario delle S.S. presso la colonna in marcia e di avere autorità di vita e di morte anche sopra gli ufficiali fino al grado di colonnello. Mentre queste scene si svolgevano in casa Morello, altre di consimili e forse peggiori ne succedevano in paese.
Nella borgata della Crosera furono presi in ostaggio 31 uomini di ogni età, cacciati in un magazzino di casa Nardi, battuti a sangue. Ecco i loro nomi:
1)      Zaniol Oreste
2)      Zaniol Antonio
3)      Bortoletto Angelo
4)      Torresan Artemio
5)      Torresan Calogero
6)      Aleotti Antonio
7)      Polsot Bruno
8)      Adami Giovanni
9)      Moretto Ernesto
10)   Buziol Giuseppe
11)   Rosolin Pellegrino
12)   Buogo Nicodemo
13)   Silvestri Daniele
14)   Silvestri Duilio
15)   Tonello Romeo
16)   Covolan Alfredo
17)   Covolan Giovanni
18)   Pagnan Alberto
19)   Pagnan Angelo
20)   Recchia Antonio
21)   Recchia Vito
22)   Flora Giovanni
23)   Flora Olivo
24)   Tonello Franco
25)   Tonello Agostino
26)   Meneghin Vittorio
27)   Meneghin Giovanni
28)   Martignago Alberto
29)   Zaniol Francesco
30)   Due servi di casa Buogo di cui ignoransi i nomi
Il giovane Zaniol Antonio, il primo che venne preso, fu bastonato e messo con le spalle al muro. Con le dita sporche del suo sangue fu costretto a segnare una croce sul muro ove appoggiava l’occipite, quindi dovette volgersi e poggiare la fronte sul luogo segnato per essere fucilato alle spalle. Sorse intanto una discussione tre i tedeschi: alcuni volevano fucilarlo, altro impiccarlo col gancio; infine prevalse un po’ di buon senso: decisero di gettarlo nel magazzino dove si trovavano gli altri ostaggi e gli fu salva la vita.
Suo padre, percosso al capo perfino col calcio dei moschetti, grondante sangue, bisognevole di cure, fu anch’egli gettato nel magazzino con gli altri. La sua casa e il suo esercizio furono devastati.
Donne che imploravano la vita dei mariti e dei figli che venivano presi in ostaggio, furono bastonate senza misericordia e si videro le pistole puntate sul viso. Altre donne furono costrette a lavare i piedi ai soldati tedeschi e a compiere il servizio di callista, naturalmente sotto la continua minaccia di morte.
La signora Vanetti scorse un maresciallo che si era messo al collo il binocolo di casa. Protestò, si capisce. Il sottufficiale, imperturbabile, ghignando le puntò la pistola al viso dicendo: Volere?
Fu perfino schiaffeggiato un bambino di due anni, figlio di Ettore Facchin e battuta la madre di costui, una povera vecchia di 70 anni, che implorava pietà per il nipotino.
Il parroco, Don Carlo Massara, stava uscendo dalla sua camera, quando si vide di fronte un tedesco col mitra puntato; alzò le braccia e si ritrasse. Il tedesco, avanzando, lo sospinse contro il letto, chiuse a chiave la porta della camera ed impose l’immediata consegna dell’orologio e degli oggetti d’oro.
Partito una prima volta, il tedesco poco dopo ritorno esigendo il danaro liquido che prima, con disprezzo, non aveva voluto. Ritornò nei pressi della casa parrocchiale una terza volta con intenzioni del genere, quando venne finalmente fatto prigioniero dai patrioti appostati nelle vicinanze. Poco prima, in una casa vicino alla Chiesa, aveva strappato dal polso l’orologio alla giovane Moretto Maria.
Non vi è casa a Ciano che in quel giorno non abbia subito le violenze, le devastazioni, i furti e le estorsioni della truppa tedesca di passaggio. Non vi è abitante che non abbia subito sevizie.
Il Parroco, chiamato al comando ancora nei primi momenti del dilagare della truppa tedesca nel paese, a mezzo dell’interprete avvertì il comandante che la truppa stava ormai saccheggiando ovunque. Questi finse di non capire e fece rispondere che, ove i suoi uomini avessero avuto un buon trattamento, vitto abbondante ed alloggio decoroso, e non fossero stati molestati dai patrioti, non avrebbe fatto fucilare nessuno.
Prima della partenza da San Pellegrino vennero fucilati dai tedeschi, ignorasi per quale motivo, tre prigionieri russi. Poi venne bruciato l’autocarro preso al mattino in casa Dalla Costa, e per ultimo vennero messi in libertà gli ostaggio. Verso le ore 18 i tedeschi si attestavano al guado. Fino alle Grave vollero essere accompagnati dai signori Antonio e Natalino Vanetti, poi costrinsero gli abitanti delle case vicine a precederli nel guado e oltre nella grava.
La colonna al tramonto passava lenta sotto le finestre di casa mia.
Quasi tutti gli uomini di truppa erano provvisti di biciclette di tutti i tipi. Vi erano cavalli di tutte le altezze, perfino degli asini, che trainavano carri piatti a quattro ruote, carrozze, carrozzini, carretti a quattro e a due ruote di tutte le specie, finimenti di cuoio e di corda di tutte le fogge. L’enorme quantità di equini messa in rapporto alla forza della colonna, la mancanza di omogeneità e di uniformità dei materiali e dei mezzi di trasporto, costituivano la più evidente prova che biciclette, carri, finimenti, cavalli e, tranne le armi, quando i tedeschi le portavano ancora con loro, non erano di dotazione dell’esercito germanico, non provenivano dalla Germania, ma erano il compendio di requisizioni più o meno legali compiute in Italia, a danno degli italiani.
Non tutti i  carri poterono attraversare il guado. Il Piave era in leggera morbida, alcuni carri rimasero sulla sponda destra. In questi e negli altri carri dovuti abbandonare unitamente a cinque pezzi di artiglieria di piccolo calibro, dall’altra colonna che durante la notte dal 30 aprile al 1° maggio tentò, senza riuscirvi, di guadare il fiume, furono trovati biciclette, radio, ferri da stiro, sacchetti di zucchero, salumi, burro cotto, frumento, grasso di maiale, scatolami in sorte. Non occorrono sforzi di intuizione per comprendere quale fosse la provenienza di tanta abbondanza. In tutte le borgate attraversate dalle truppe tedesche in ritirata, si verificarono episodi simili ed anche peggiori di quelli or ora narrati.
Non furono dunque fatti sporadici, imputabili all’esasperazione di una truppa stanca ed affamata, ma il tutto forma un nesso inscindibile di cui è responsabile il sistema tedesco: il sistema del terrore su di cui poggiava la Germania nazista, la Patria del popolo eletto, destinato a dominare tutte le altre razze perché inferiori.
Con un simile alleato il fascismo, guidato da quell’uomo che aveva sempre ragione, si era illuso di avere il dominio del mondo civile.
La sera stessa del 30 aprile, dalla riva destra del Piave i patrioti di Ciano, con qualche mitra e con i moschetti, tentarono un’azione di molestia sulla colonna tedesca che guadava il fiume.
I tedeschi dalle grave risposero immediatamente al fuoco con raffiche di mitragliatrice pesante. Temendo un tiro nemico con proiettili incendiari a danno delle case del paese, i patrioti sospesero l’azione rimanendo sul posto in osservazione.
Altra colonna tedesca che durante la notte tentò il guado non fu molestata. Lasciò sul terreno quanto materiale – rotto e fracassato – non potè portare con sé, e si disperse.
Dal mattino del primo maggio alla sera del giorno successivo, i patrioti di Ciano rastrellarono e liberarono completamente la zona dagli sbandati e dai ritardatari.
Appena ricevevano notizia di nemici isolati, o in gruppo, nascosti in qualche località,si recavano sul posto, li circondavano e li invitavano a deporre le armi. I tedeschi, senza opporre resistenza alcuna, con poche parole si mettevano d’accordo fra di loro, cedevano le armi e si disponevano a seguire i patrioti portando seco zaino, coperte e quanto ancora detenevano.
Vennero raccolti nelle scuole di S. Mama e case vicine, e non fu loro torto un capello, anzi, con generosità tutta italiana, la popolazione concesse quel poco che poté a rendere loro meno amare le prime ore di prigionia.
Se nei primi giorni di maggio si udirono dei colpi di fucile, furono fucilate innocue, spari di gioia dei patrioti festanti che accompagnavano i prigionieri al luogo di raccolta.
La sera del 3 una squadra di patrioti di Ciano condusse a Montebelluna ben 333 prigionieri di guerra, e ne fece regolare consegna agli angloamericani.
A consegna ultimata, la squadra dei compaesani riprese tranquillamente la via del ritorno: il dovere era stato fedelmente compiuto.
La guerra era finita, incominciava la dura fatica di pace.
* * *
Con la resa a discrezione della Germania, anche per Ciano del Montello, piccolo villaggio di povera gente, era chiusa una tristissima parentesi della sua non breve storia.
Quattordici morti restano a testimoniare di quali triboli fu seminato il breve periodo trascorso sotto il tallone tedesco fatto più grave dall'odio fraterno.
Un popolo che ha perduto una guerra non può per lungo tempo essere un popolo felice.
La felicità è un mito, e noi italiani non saremo felici, né lo siamo mai stati.
L’avvenire dirà da quale parte furono i veri amici, e se amici veri l’Italia abbia mai avuto.
* * *
Ho scritto queste pagine non per soddisfare un morboso bisogno di grafomania.
Ho scritto per ricordare.
La storia è maestra della vita a patto che si ricordino i suoi insegnamenti.
Ma io non ho la pretesa di aver fatto della storia e neppure della cronaca. Non ho mai volato. Anzi, per lungo tempo, camminando ho dovuto badare attentamente dove mettevo il piede nella tema di non inciampare e cadere.
Se avrò vita, e potrò fra qualche anno rileggere queste povere carte, confronterò il recente passato ai tempi nuovi. E sarò lieto se i miei nipoti troveranno un mondo migliore.
Ciano del Montello 14 maggio 1945
* * *
Giovani di Ciano tragicamente scomparsi durante il 1944-1945:
- Crespan Bruno di Andrea
- Nicoletti Antonio di Liberale
Fucilati a Parma per diserzione dall’esercito della repubblica sociale italiana, nel quale erano coercitivamente arruolati.
- Tonello Bruno di Liberale
Staffetta dei partigiani arrestato alla stazione di Cornuda durante una missione, tradotto alle carceri di Treviso ed ivi condannato a morte, impiccato ad Oderzo.
Sede: Via Piave 21/b - 31035 Crocetta del Montello (TV)
e-mail: crocettadelmontello.treviso@ana.it - gruppo@alpinicrocetta.it
Recapito telefonico: 338.8315775
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