Capitolo VII°

LA SUPERIORITA’ DELLA RAZZA ELETTA

Con la progressiva ritirata dal territorio russo, la Germania, ancora alla fine del 1942, aveva dato il primo manifesto segno di debolezza e resa evidente la sua impossibilità di tener, per lungo tempo ancora, soggiogata la vittoria.

Il tempo le era un fattore avverso.

Col 1943 l’iniziativa delle operazioni passò nelle mani degli alleati.

Nell’inverno 1944-45 la Germania si teneva ancora saldamente in piedi incutendo terrore più ai popoli invasi e ai suoi satelliti che ai suoi avversari.

Con la primavera del 1945 malgrado la strategia elastica e relativi sganciamenti, i magniloquenti articoli della sua propaganda e la minaccia di quelle armi segrete, che tali rimasero perché di esse non si conobbero mai gli effetti, curvò sempre più sotto le dure percosse dei suoi nemici finchè giacque stremata e vinta.

La primavera del 1945 segna pure i primi albori di una resurrezione della tradita Italia, dell’infelice Patria nostra.

Anche il povero paesetto di Ciano avvertì la ripercussione dei grandi avvenimenti. E soffrì ogni miseria che li precedette.

Le condizioni del paese, per quanto riguarda l’alimentazione, erano andate progressivamente peggiorando dall’inizio della guerra in poi. La burocrazia locale, cioè l’ufficio accertamenti agricoli e quello per la compilazione e il rilascio delle varie carte annonarie, non aveva risolto il difficile problema di produrre e di trovare viveri, e di distribuirli in proporzione ai veri e reali bisogni della popolazione. Se si avesse dovuto vivere con quanto veniva distribuito a ragione di carta annonaria, saremmo tutti morti per esaurimento entro l’anno dell’entrata in guerra. Col prolungarsi di questa, nelle campagna avvenne qualcosa di peggio. Con un’infinità di pretesti, uno più esilarante dell’altro, non venne distribuito neppure quanto era stabilito dalla carta annonaria. Alla fine cessò ogni distribuzione, e allora sopravvenne in tutti una fame più o meno larvata, tranne che pei ricchi; ma di ricchi a Ciano ve ne sono stati sempre ben pochi.

Confessare l’impotenza di sopperire alle più impellenti necessità della popolazione non si voleva, di conseguenza fu escogitato tutto un sistema vessatorio, a base di imposizioni più o meno balorde, a danno del produttore e della produzione e con nessun beneficio pel consumatore, perché dal nulla, nulla si ricava. Infine, in obbedienza alle direttive del Capo della Provincia, nei comuni si istituì un unico organo di distribuzione. Per sede di questo nuovo organo a Crocetta venne scelto, nei primi mesi del 1945, il capoluogo del comune, sede troppo lontana rispetto alle case poste sul Montello. Il rimedio, tentato col lodevole scopo di lenire il disagio di cui soffriva la popolazione, lo rese quindi ancor più grave e divenne una derisione quando, mancando ogni cosa, si distribuì mezzo chilo di pasta al mese per persona, ed un brodo di carne fu un pio desiderio anche per i malati più gravi. Le privazioni materiali hanno una seria influenza sul morale; quando poi superano il limite del sopportabile provocano l’esasperazione e questa, o presto o tardi, in qualche modo si manifesta. A Ciano in quel tempo si godeva delle sconfitte dei tedeschi come fossero vittorie nostre.

La scissura fra fascismo e popolo da lungo tempo si era fatta irreparabile.

Non si voleva affogare nella barbarie, era in tutti acuto il diritto di vivere più umanamente.

Frattanto alcuni di questi nostri compaesani che al 7 gennaio erano stati tradotti nelle carceri di Treviso a disposizione di quell’ufficio di polizia politica, fecero domanda, pur di non marcire in carcere, come era nelle previsioni, di arruolarsi nelle brigate nere fasciste. Avrebbero cambiato il vestito, il cuore rimaneva quello, la fede integra e poteva presentarsi l’occasione per spendere bene la vita. La domanda non fu accolta. I due fratelli Giolo, appena usciti dalla galera per l’arruolamento nell’esercito repubblicano, fuggirono e si nascosero sul Montello: non vollero neppure per un’ora servire quelli nel cui nome erano stati martoriati.

Gli altri, non arruolati, poterono ritornare alle loro case verso i primi di febbraio, non dimentichi di quanto avevano patito, desiderosi di pagare con eguale moneta i loro persecutori.

Il maresciallo Dalla Costa, novello Anteo, appena toccò la terra natia si sentì ritemprato. Più guardingo di quanto era stato in precedenza, riannodò le fila coi vecchi partigiani di questa e di altre zone e si tenne pronto ad ogni evento, assumendo la direzione delle operazioni locali.

Qualche cosa di nuovo era nell’aria, lo si sentiva malgrado le tranquille apparenze.

Nella notte dal 17 al 18 aprile, tre militari tedeschi, mentre sulla pedemontelliana nord da Ciano si dirigevano ai SS. Angeli, giunti a S. Margherita venivano fermati. Invitati a deporre le armi, uno di essi, a quanto si disse, fece l’atto di mettere mano alla pistola; furono uccisi a bruciapelo e lasciati sulla strada.

Il giorno appresso tutti gli abitanti della piccola borgata, temendo le rappresaglie tedesche, fuggirono sul Montello portando seco il bestiame, masserizie e quanto ancora trasportabile. Invece passarono sì degli autocarri di tedeschi armati, si recarono sul posto dove i loro camerati erano stati uccisi, fecero qualche domanda agli abitanti delle case vicine, trasportarono le salme a SS. Angeli, ma, rappresaglie non ne avvennero.

Ben diversamente si sarebbero svolte le cose se il fatto fosse successo solo un mese prima.

Nei giorni seguenti il movimento dei patrioti, nome col quale ora si designavano i partigiani vecchi e quelli nuovi, si fece più audace.. A gruppi, ed anche isolati, apparivano armati sulle strade di Ciano.

Con rapida progressione, l’azione, sebbene non coordinata, si fece più decisa ancora.

I patrioti, per dislocarsi più celermente, si impadronirono di un paio di autocarri e di qualche motocicletta dei tedeschi accantonati a Filanda Marcato.

Un autocarro venne qualche ora dopo ripreso dai tedeschi, i quali a loro volta, il 21 Aprile, sorpresi per la strada di Crocetta, nelle vicinanze di Villa Ancillotto, due giovani in bicicletta: Andreola Mario di Crocetta e Bof Bortolo di Nogarè, li perquisirono e, trovatili in possesso di pistole, li passarono immediatamente per le armi.

La lezione rese più cauti i patrioti, non ne deferì l’azione. Si intensificarono, intanto, da parte dell’instancabile Dalla Costa, a nome del comitato di Montebelluna, le trattative perché, in vista dell’imminente ritirata dal Veneto, i piccoli presidi di Ciano, e di S. Maria della Vittoria, cedessero pacificamente le armi. A questi il 29 aprile si unì il distaccamento di Villa Paccagnella comandato da un tenente. Parte delle truppe tedesche dei detti presidi furono, dai patrioti stessi, muniti di un salvacondotto, nascosti nel Montello e di lì non si mossero. Una piccola parte, invece, fuggì e si presentò ai tedeschi sopravvenienti nella mattinata del giorno 30.

Le armi degli uni e degli altri costituirono l’armamento dei patrioti i quali, sebbene non inquadrati e ben poco addestrati, si riunirono in gruppi di pochi in attesa dell’occasione propizia per agire di loro iniziativa.

* * *

Il 30 aprile, circa alle ore 5, una colonna tedesca in ritirata sulla feltrina, per sottrarsi all’azione dell’aviazione alleata, al bivio Comin prendeva la strada per Valdobbiadene. Giunta a casa Mazzocato si dirigeva per S. Pellegrino con l’intendimento di raggiungere a guado la riva settentrionale del Piave.

Era preceduta da un’auto lettiga che ostentava bandiere della Croce Rossa. Alla Crosera di Ciano l’auto lettiga fu fermata da tre patrioti che ne volevano visitare l’interno. Immediatamente sopraggiunsero vari motociclisti tedeschi, che a breve distanza fecero fuoco con le armi automatiche sui patrioti, i quali si ritirarono senza rispondere al fuoco, senza opporre resistenza alcuna. Evidentemente l’autolettiga non aveva lo scopo di trasportare feriti, ma quello di procedere in avanscoperta la colonna; tranello praticato sistematicamente dai nostri nemici.

Le strade della borgata furono ben presto invase dai tedeschi che si precipitarono nelle case operando perquisizioni, prendendo ostaggi, commettendo violenze di ogni genere. Alla Crosera di fermò il grosso della colonna. le pattuglie, senza toccare il Montello, si spinsero in avanti.

Alle 6, circa, erano alla Chiesa.

Entrarono immediatamente nelle case. La prima ad essere visitata fu quella del maresciallo Dalla Costa. Egli era assente, chi aprì la porta fu sua moglie.

In uno stanzone dormivano otto russi scappati dal seguito dei tedeschi alcuni giorni prima. Furono ripresi, schiaffeggiati, percossi senza misericordia col calcio dei fucili e costretti a seguire, armi alle reni, i loro padroni. Forse furono tre di questi poveretti che i tedeschi, alla sera, fucilarono a S. Pellegrino prima di rimettersi in marcia. Sei tedeschi, arresisi nei giorni precedenti ai patrioti, dormivano su un fienile, prospiciente il cortile. Al sopraggiungere dei loro connazionali si nascosero sotto la paglia, poi, al momento buono, aiutati dagli abitanti del luogo, fuggirono sul Montello. La casa del Dalla Costa era il ritrovo dei patrioti di Ciano. Ivi erano state depositate, in parte, le armi cedute pacificamente giorni prima dai tedeschi dei piccoli presidi vicini; nel cortile vi era un autocarro tedesco sul quale era inalberata la bandiera dei patrioti, una motocicletta, qualche carro e, nelle stelle vicine, alcuni cavalli. Sul tavolo della cucina facevano bella mostra di sé una radio, e una macchina da scrivere. Il comandante la pattuglia domandò alla moglie del Dalla Costa come mai tanto materiale bellico si trovava nella casa.

La signora, vera figlia dell’eroica Sardegna (aveva saputo rispondere magnificamente anche alle insinuazioni del famigerato Dal Giudice comandante durante la prigionia del marito) non si smarrì, rispose, con fare ingenuo, che la sua casa era servita di alloggio a una compagnia di soldati tedeschi che erano fuggiti. La risposta era buona e come tale fu presa dato il momento. Probabilmente, se il fatto fosse avvenuto qualche tempo prima, la soluzione sarebbe stata ben diversa ed un buon esempio, di pretta marca tedesca, avrebbe allietato Ciano e paesi limitrofi.

Forse da parte del comandante la pattuglia non si vollero approfondire le indagini per evitare un’ulteriore perdita di tempo; tempo prezioso di cui, nel sospettoso concetto tedesco, i patrioti avrebbero potuto profittare per condurre un attacco contro la colonna che stava riposando.

Ad ogni buon conto il comandante la pattuglia, servendosi dei prigionieri russi catturati e degli uomini delle case vicine, lestamente carico sull’autocarro tutto il materiale bellico rinvenuto e coi carri, i cavalli e le motociclette, si ritirò più a ovest, sostando in fermata protetta con la pattuglia più avanzata a casa Morello, mentre i materiali sequestrati erano fatti proseguire verso la Crosera; presso il comando della colonna.

Non si udivano spari, ciò dimostra che in nessuna parte gli elementi esplorandi tedeschi avevano incontrato opposizione. I patrioti, all’apparire della colonna tedesca, si erano ritirati in attesa sulle pendici del Montello.

Comunque, sarebbe stato un errore da parte loro il tentare una qualsiasi azione, dato il loro esiguo numero, l’assoluta mancanza di armi pesanti, di vincoli organici e di un comando che fosse in gradi di ideare e dirigere una operazione redditizia contro la colonna tedesca che si dimostrava ancora salda e decisa alla lotta. Ma l’insufficienza dei partigiani non era del tutto nota ai tedeschi, i quali, con la fretta delle pattuglie avanzate, col loro successivo contegno, col fatto stesso di non essersi abbandonati a rappresaglie per quanto rinvenuto a casa Dalla Costa, dimostrarono di volersi sì premunire da eventuali molestie dei patrioti, ma anche desiderosi di non impegnarsi in un vero e proprio combattimento.

Erano circa le sei e mezza quando una donna piangente veniva ad avvertire che i tedeschi avevano sorpreso suo marito, Vincenzo Reginato, mentre si lavava alla fontana vicina, e lo avevano trascinato con loro. Non erano passati cinque minuti che un gruppo di una quindicina, o forse più, di soldati tedeschi si fermo davanti ai cancelli di casa mia ordinando perentoriamente, fucile spianato, venisse loro subito aperto. Noi uomini, due vecchi di cui uno invalido e l’altro malato, ed un terzo giovane, ma tutti inermi, colti di sorpresa, si fece appena in tempo a nasconderci.

I bravi soldati tedeschi posarono le biciclette e, presentatisi sulla soglia di casa, puntarono il mitra sulle donne e le costrinsero al muro. Quindi passarono stanza per stanza, aprendo o rompendo ogni mobile alla ricerca, dissero, di uomini o armi nascoste.

Fatti sicuri da questo lato, andarono nel pollaio, decapitarono quanti polli ebbero sotto mano, e, consegnandoli, diedero alla padrona di casa precise istruzioni per il pranzo da far trovare pronto alle ore 14 precise. Intanto venivano spalancati i cancelli, introdotto un cavallo con carrozzino, e tosto veniva messa in posizione una mitragliatrice leggera fra i due pilastri, mentre alcuni di loro si appostavano, con mitragliatrici leggere all’esterno dei muri di cinta.

Poco dopo si intesero nuove rabbiose grida tedesche. Quattro giovanotti della famiglia Ughi e Natalino Vanetti, con le mani alzate, brutalmente spinti dai soldati tedeschi che li tenevano sotto la minaccia del mitra, fecero il loro ingresso nel cortile. Un maresciallo, vero tipo di volgare canaglia, li mise in riga e mostrò loro, contandole, le pallottole con le quali sarebbero stati soppressi. Nell’attesa i poveretti devotamente recitavano il Rosario. Una signora anziana, la madre dei signori Ughi, dopo aver seguito i figli nel tragitto, si presentò al maresciallo implorando in tedesco, per la vita dei congiunti, oppure di essere uccisa con loro: venne cacciata con urli, minacce, imprecazioni.

Nel progetto del maresciallo i cinque dovevano essere fucilati sul posto. Prima, però, dovevano scavare la loro fossa nell’orto, perché i cadaveri servissero a fertilizzasse il terreno. Anche la recita del Rosario irritava il maresciallo, finchè fra questi ed uno degli Ughi scoppiò una violenta diatriba. Da principio, a quanto appariva – nessuno dei pochi italiani presenti alla scena comprendeva il tedesco – il maresciallo pareva rispondere con derisione, insulti e ghigni feroci; poi, sotto le sferzanti parole del suo incalzante interlocutore, si fece più calmo, e finalmente le cose parvero prendere una piega meno tragica.

Due dei cinque vennero lasciati liberi. Agli atri tre fu promessa salva la vita, però il previdente maresciallo non li mollò subito. Ordinò loro di scavare una postazione in trincea per mitragliatrici sul lato sud-est del muro di cinta e sorvegliò, mitra spianato, finchè il lavoro fu finito secondo i suoi desideri, poi li lasciò andare.

Da quel momento i bravi camerati tedeschi, maresciallo compreso, pensarono unicamente al loro benessere personale. Nove andarono a dormire; vollero letti ben sprimacciati e fatti a puntino, lenzuola di bucato. Prima di coricarsi chiusero la porta delle stanze dall’interno. Altri rimasero al piano terra, entrando ed uscendo dalle stanze a loro piacere, rovistando nei mobili con sorprendente familiarità e disinvoltura. Atri, ancora, per rendere maggiormente gradito il loro soggiorno, diedero ordini espliciti perché venisse servito loro vino bianco del migliore della cantina e, per essere più sicuri che fosse spillato il vino gradito, col mitra puntato seguivano la padrona di casa quando la poveretta, con un secchio, per più rapidamente soddisfare i desideri degli ospiti gentili, doveva recarsi in cantina. Si trattava, insomma, di gente allegra che mangiava e bevevo senza badare all’economia del prossimo, infischiandosene delle carte annonarie e senza remore di recare disturbo, anzi pretendevano un servizio sollecito ed esatto.

Amanti della pulizia, a turno si lavarono e pettinarono, qualcuno, con i residui di certe boccette, perfino si profumò! Servendosi dei rasoi di casa e di quanto ancora necessario, si rasero accuratamente. Si cambiarono di biancheria profittando, come in appresso si constatò, di quella pulita trovata nei cassettoni. Uno, intanto, che aveva la giubba nera riccamente adorna di distintivi metallici, usciva e rientrava portando continuamente uova, salumi, lardo, burro, grasso e quant’altro poteva estorcere dalle famiglie vicine.

Alle quattordici quattro dei bravi camerati felicemente pranzarono; minestra in brodo, abbondante pollo alesso, una enorme frittata, abbondantissima carne suina insaccata che avevano portato seco, e frittelle di farina di frumento con molto zucchero, che uno di essi, il pasticcere della lieta brigata, aveva preparato anche per gli altri camerati. Gente esperta, a garanzia che tutte le uova venissero messe nella padella, uno dei tedeschi sorveglio la rottura dei gusci e la confezione della frittata, né mancò di assicurarsi che il sale fosse veramente sale assaggiandolo in precedenza. Alla fine vollero il caffè. Veramente avrebbero voluto il caffè coloniale; assicuratisi dell’assoluta mancanza di questo, pretesero un ottimo surrogato, e lo ebbero, perché con padroni simili non erano leciti gli scherzi. I primi quattro avevano appena chiusa la scorpacciata con una bottiglia di buon spumante e già stavano lasciando il posto ad altri, quando giunse, all’improvviso, l’ordine di partenza. Se ne andarono freschi, ben pasciuti, semi ebbri pel troppo vino bevuto, chi in bicicletta, due o tre col cavallo e carrozzino col quale avevano fatto il lieto ingresso. Il maresciallo era partito qualche minuto prima, torvo com’era entrato: dalle loro bocche non uscì una parola che non fosse una minaccia o di comando.

Un rapido controllo nelle stanze portò alla constatazione della sparizione di vari oggetti, d cui alcuni preziosi. Gli oggetti di maggior valore erano spariti precisamente dai mobili della stanza dove aveva riposato il maresciallo.

Questi aveva confessato di essere il commissario delle S.S. presso la colonna in marcia e di avere autorità di vita e di morte anche sopra gli ufficiali fino al grado di colonnello. Mentre queste scene si svolgevano in casa Morello, altre di consimili e forse peggiori ne succedevano in paese.

Nella borgata della Crosera furono presi in ostaggio 31 uomini di ogni età, cacciati in un magazzino di casa Nardi, battuti a sangue. Ecco i loro nomi:

1)      Zaniol Oreste

2)      Zaniol Antonio

3)      Bortoletto Angelo

4)      Torresan Artemio

5)      Torresan Calogero

6)      Aleotti Antonio

7)      Polsot Bruno

8)      Adami Giovanni

9)      Moretto Ernesto

10)   Buziol Giuseppe

11)   Rosolin Pellegrino

12)   Buogo Nicodemo

13)   Silvestri Daniele

14)   Silvestri Duilio

15)   Tonello Romeo

16)   Covolan Alfredo

17)   Covolan Giovanni

18)   Pagnan Alberto

19)   Pagnan Angelo

20)   Recchia Antonio

21)   Recchia Vito

22)   Flora Giovanni

23)   Flora Olivo

24)   Tonello Franco

25)   Tonello Agostino

26)   Meneghin Vittorio

27)   Meneghin Giovanni

28)   Martignago Alberto

29)   Zaniol Francesco

30)   Due servi di casa Buogo di cui ignoransi i nomi

Il giovane Zaniol Antonio, il primo che venne preso, fu bastonato e messo con le spalle al muro. Con le dita sporche del suo sangue fu costretto a segnare una croce sul muro ove appoggiava l’occipite, quindi dovette volgersi e poggiare la fronte sul luogo segnato per essere fucilato alle spalle. Sorse intanto una discussione tre i tedeschi: alcuni volevano fucilarlo, altro impiccarlo col gancio; infine prevalse un po’ di buon senso: decisero di gettarlo nel magazzino dove si trovavano gli altri ostaggi e gli fu salva la vita.

Suo padre, percosso al capo perfino col calcio dei moschetti, grondante sangue, bisognevole di cure, fu anch’egli gettato nel magazzino con gli altri. La sua casa e il suo esercizio furono devastati.

Donne che imploravano la vita dei mariti e dei figli che venivano presi in ostaggio, furono bastonate senza misericordia e si videro le pistole puntate sul viso. Altre donne furono costrette a lavare i piedi ai soldati tedeschi e a compiere il servizio di callista, naturalmente sotto la continua minaccia di morte.

La signora Vanetti scorse un maresciallo che si era messo al collo il binocolo di casa. Protestò, si capisce. Il sottufficiale, imperturbabile, ghignando le puntò la pistola al viso dicendo: Volere?

Fu perfino schiaffeggiato un bambino di due anni, figlio di Ettore Facchin e battuta la madre di costui, una povera vecchia di 70 anni, che implorava pietà per il nipotino.

Il parroco, Don Carlo Massara, stava uscendo dalla sua camera, quando si vide di fronte un tedesco col mitra puntato; alzò le braccia e si ritrasse. Il tedesco, avanzando, lo sospinse contro il letto, chiuse a chiave la porta della camera ed impose l’immediata consegna dell’orologio e degli oggetti d’oro.

Partito una prima volta, il tedesco poco dopo ritorno esigendo il danaro liquido che prima, con disprezzo, non aveva voluto. Ritornò nei pressi della casa parrocchiale una terza volta con intenzioni del genere, quando venne finalmente fatto prigioniero dai patrioti appostati nelle vicinanze. Poco prima, in una casa vicino alla Chiesa, aveva strappato dal polso l’orologio alla giovane Moretto Maria.

Non vi è casa a Ciano che in quel giorno non abbia subito le violenze, le devastazioni, i furti e le estorsioni della truppa tedesca di passaggio. Non vi è abitante che non abbia subito sevizie.

Il Parroco, chiamato al comando ancora nei primi momenti  del dilagare della truppa tedesca nel paese, a mezzo dell’interprete avvertì il comandante che la truppa stava ormai saccheggiando ovunque. Questi finse di non capire e fece rispondere che, ove i suoi uomini avessero avuto un buon trattamento, vitto abbondante ed alloggio decoroso, e non fossero stati molestati dai patrioti, non avrebbe fatto fucilare nessuno.

Prima della partenza da San Pellegrino vennero fucilati dai tedeschi, ignorasi per quale motivo, tre prigionieri russi. Poi venne bruciato l’autocarro preso al mattino in casa Dalla Costa, e per ultimo vennero messi in libertà gli ostaggio. Verso le ore 18 i tedeschi si attestavano al guado. Fino alle Grave vollero essere accompagnati dai signori Antonio e Natalino Vanetti, poi costrinsero gli abitanti delle case vicine a precederli nel guado e oltre nella grava.

La colonna al tramonto passava lenta sotto le finestre di casa mia.

Quasi tutti gli uomini di truppa erano provvisti di biciclette di tutti i tipi. Vi erano cavalli di tutte le altezze, perfino degli asini, che trainavano carri piatti a quattro ruote, carrozze, carrozzini, carretti a quattro e a due ruote di tutte le specie, finimenti di cuoio e di corda di tutte le fogge. L’enorme quantità di equini messa in rapporto alla forza della colonna, la mancanza di omogeneità e di uniformità dei materiali e dei mezzi di trasporto, costituivano la più evidente prova che biciclette, carri, finimenti, cavalli e, tranne le armi, quando i tedeschi le portavano ancora con loro, non erano di dotazione dell’esercito germanico, non provenivano dalla Germania, ma erano il compendio di requisizioni più o meno legali compiute in Italia, a danno degli italiani.

Non tutti i  carri poterono attraversare il guado. Il Piave era in leggera morbida, alcuni carri rimasero sulla sponda destra. In questi e negli altri carri dovuti abbandonare unitamente a cinque pezzi di artiglieria di piccolo calibro, dall’altra colonna che durante la notte dal 30 aprile al 1° maggio tentò, senza riuscirvi, di guadare il fiume, furono trovati biciclette, radio, ferri da stiro, sacchetti di zucchero, salumi, burro cotto, frumento, grasso di maiale, scatolami in sorte. Non occorrono sforzi di intuizione per comprendere quale fosse la provenienza di tanta abbondanza. In tutte le borgate attraversate dalle truppe tedesche in ritirata, si verificarono episodi simili ed anche peggiori di quelli or ora narrati.

Non furono dunque fatti sporadici, imputabili all’esasperazione di una truppa stanca ed affamata, ma il tutto forma un nesso inscindibile di cui è responsabile il sistema tedesco: il sistema del terrore su di cui poggiava la Germania nazista, la Patria del popolo eletto, destinato a dominare tutte le altre razze perché inferiori.

Con un simile alleato il fascismo, guidato da quell’uomo che aveva sempre ragione, si era illuso di avere il dominio del mondo civile.

La sera stessa del 30 aprile, dalla riva destra del Piave i patrioti di Ciano, con qualche mitra e con i moschetti, tentarono un’azione di molestia sulla colonna tedesca che guadava il fiume.

I tedeschi dalle grave risposero immediatamente al fuoco con raffiche di mitragliatrice pesante. Temendo un tiro nemico con proiettili incendiari a danno delle case del paese, i patrioti sospesero l’azione rimanendo sul posto in osservazione.

Altra colonna tedesca che durante la notte tentò il guado non fu molestata. Lasciò sul terreno quanto materiale – rotto e fracassato – non potè portare con sé, e si disperse.

Dal mattino del primo maggio alla sera del giorno successivo, i patrioti di Ciano rastrellarono e liberarono completamente la zona dagli sbandati e dai ritardatari.

Appena ricevevano notizia di nemici isolati, o in gruppo, nascosti in qualche località,si recavano sul posto, li circondavano e li invitavano a deporre le armi. I tedeschi, senza opporre resistenza alcuna, con poche parole si mettevano d’accordo fra di loro, cedevano le armi e si disponevano a seguire i patrioti portando seco zaino, coperte e quanto ancora detenevano.

Vennero raccolti nelle scuole di S. Mama e case vicine, e non fu loro torto un capello, anzi, con generosità tutta italiana, la popolazione concesse quel poco che poté a rendere loro meno amare le prime ore di prigionia.

Se nei primi giorni di maggio si udirono dei colpi di fucile, furono fucilate innocue, spari di gioia dei patrioti festanti che accompagnavano i prigionieri al luogo di raccolta.

La sera del 3 una squadra di patrioti di Ciano condusse a Montebelluna ben 333 prigionieri di guerra, e ne fece regolare consegna agli angloamericani.

A consegna ultimata, la squadra dei compaesani riprese tranquillamente la via del ritorno: il dovere era stato fedelmente compiuto.

La guerra era finita, incominciava la dura fatica di pace.

* * *

Con la resa a discrezione della Germania, anche per Ciano del Montello, piccolo villaggio di povera gente, era chiusa una tristissima parentesi della sua non breve storia.

Quattordici morti restano a testimoniare di quali triboli fu seminato il breve periodo trascorso sotto il tallone tedesco fatto più grave dall'odio fraterno.

Un popolo che ha perduto una guerra non può per lungo tempo essere un popolo felice.

La felicità è un mito, e noi italiani non saremo felici, né lo siamo mai stati.

L’avvenire dirà da quale parte furono i veri amici, e se amici veri l’Italia abbia mai avuto.

* * *

Ho scritto queste pagine non per soddisfare un morboso bisogno di grafomania.

Ho scritto per ricordare.

La storia è maestra della vita a patto che si ricordino i suoi insegnamenti.

Ma io non ho la pretesa di aver fatto della storia e neppure della cronaca. Non ho mai volato. Anzi, per lungo tempo, camminando ho dovuto badare attentamente dove mettevo il piede nella tema di non inciampare e cadere.

Se avrò vita, e potrò fra qualche anno rileggere queste povere carte, confronterò il recente passato ai tempi nuovi. E sarò lieto se i miei nipoti troveranno un mondo migliore.

Ciano del Montello 14 maggio 1945

* * *

Giovani di Ciano tragicamente scomparsi durante il 1944-1945:

Crespan Bruno di Andrea

Nicoletti Antonio di Liberale

Fucilati a Parma per diserzione dall’esercito della repubblica sociale italiana, nel quale erano coercitivamente arruolati.

Tonello Bruno di Liberale

Staffetta dei partigiani arrestato alla stazione di Cornuta durante una missione, tradotto alle carceri di Treviso ed ivi condannato a morte, impiccato ad Oderzo.