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Capitolo VI°
UNO SGUARDO RETROSPETTIVO
Chi erano e di quali delitti furono ritenuti rei i primi partigiani di Ciano?
I nostri conterranei soppressi da fuoco fratricida, erano poveri giovani che
avevano sempre vissuto del loro onesto lavoro. Traviati dalla guerra, si erano
fatti partigiani ritenendo di farsi dei meriti ed acquistare a buon mercato la
gloria con piccole azioni locali. Poi non ebbero più la cognizione esatta di
quanto commettevano e, forse, andarono al di là delle loro intenzioni. Un fatto
deve essere tenuto presente: sul loro conto non fu mai elevata un’accusa
specifica. Da un regolare processo pubblico sarebbero emerse le singole
responsabilità. Furono bensì dannati a morte, ma atti processuali, a loro
carico, non ne vennero eretti. Tempo verrà in cui sarà fatta luce su quanto finora artatamente si sparse ad
offuscare le azioni e la memoria dei poveri giovani, e dato su ognuno di essi un
giudizio sereno. Non è mia intenzione fare l’apologia dei defunti; ma sento
imperioso il dovere di ricordare che le inulte vittime furono dei precursori del
movimento di liberazione.
Si: essi furono inconsapevoli precursori dei patrioti che pochi giorni or sono
scrissero ancora una pagina di gloria nella storia d’Italia. Chi ha un cuore,
chi ha una fede, non lo dimentichi mai.
La loro stessa comparsa in armi in quei giorni oscuri, costituì un’affermazione
di italianità.
Sulle loro fosse non fu deposto un fiore.
Eppure la loro fine desta più ammirazione di quelle penne di pavone di cui
certuni si adornano oggi, dimentichi dello sviscerato amore pel quieto vivere di
ieri.
Giunti alla cime del calvario essi ebbero la morte in premio. Altri, con senso
pratico, mirarono al guadagno ed altro nume non conobbero all’infuori del
proprio interesse, a perseguire il quale tutti i mezzi servivano per raggiungere
il fine. Se fra i partigiani del Montello qualcuno mancò, espiò la sua colpa con
la tortura e la morte.
Di ciò deve essere tenuto il dovuto conto.
Dio, Supremo Giudice, abbia pietà dei miseri, deterga la memoria, confonda la
calunnia, dia pace e riposo eterno a chi sofferse e cadde invocando perdono e
pace della Sua Divina Misericordia.
Ma essi non vennero dannati a morte per avere mancato alle leggi, Per ciò
sarebbe stato sufficiente deferirli a un tribunale ordinario il quale avrebbe
colpito a norma della legge penale vigente.
Essi vennero inesorabilmente stroncati perché erano partigiani e si voleva, con
un esemplare castigo, atterrire e domare la zona Montelliana. Prevaleva la
teoria dell’esempio e a questa fu dato corso. Non fu commesso che un delitto fra
i più nefandi. E chi arbitrariamente si eresse a giudice ben sapeva di
commettere un delitto. Ancora nell’estate 1944 i tedeschi avevano emanato
proclami e distribuito avvisi – ne conservo copia – nei quali si invitavano i
partigiani a ritornare alle loro case. Si prometteva pane e lavoro, si garantiva
la vita «…una vita degna di essere vissuta».
Questo da parte dei tedeschi.
I repubblicani sociali, a buon conto, non avevano fatto promesse e di ciò se ne
valsero per uccidere quanti partigiani caddero nelle loro mani: brutale sfogo di
odio di parte. A Crocetta del Montello gli ufficiali della X Mas, per
giustificare l’opera bestialmente repressiva ad ogni costo di libertà e di
patriottismo, si atteggiarono a giudici. Erano qualche cosa di più di
persecutori, ma giudici non erano.
A loro nessuna legge, nessun provvedimento statale, nessuna autorità aveva
devoluto il compito di reprimere, di torturare, di giudicare, di sopprimere.
Fu un infame arbitrio inflitto a gente inerme. Nessuno ancora conosce, né vide,
né vedrà mai le sentenze in esecuzione delle quali sei partigiani furono
barbaramente soppressi a dileggio, a scorno, a ludibrio di ogni forma legale.
Non vi furono sentenze perché mancava la legalità.
L’arbitrio si sostituiva alla legge.
La forza e le armi sopprimevano il diritto. Eppure i carnefici avevano paura
delle vittime. Ecco il motivo per cui i Mas agirono con circospezione, nel
silenzio e nella notte: desideravano non rimanesse traccia del loro operato.
Ecco il motivo per il quale la camera di sicurezza fu una tomba di viventi dalla
quale nessuno poteva affacciarsi. Si temeva che quei poveri volti rigati dalle
frustate divenissero atti di accusa per quelli che le frustate avevano inferto
senza pietà.
Questo l’unico motivo per il quale venne stroncata l’intemerata vita di Lazzaro
Giovannacci, purissimo eroe dell’idea nazionale.
La condotta dei Mas fu arbitraria, ogni loro ordine fu arbitrario, ogni loro
azione fu arbitraria, ogni loro condanna un assassinio.
Giustizia vuole che luce sia fatta su tanti orrori.
Ma perché l’oblio non avvolga fatti e nomi addito all’imperscrutabile Giustizia
Divina e ricordo agli uomini onesti i nomi di coloro che nelle sommarie e
cruenti procedure si macchiarono di indelebile infamia:
1) Dal Giudice Guido –
già capitano commissario della R. Marina comandante e principale inquirente
della Mas.
2) Subba Pasquale –
capitano della X Mas – inquirente.
3) Ghinassi Antonio –
tenente della X Mas – inquirente.
4) Dal Bianco Gino –
sottotenente della Mas, addetto alla fustigazione e alla tortura dei
prigionieri.
5) Mariucci Filippo – di
Ascoli Piceno secondo capo X Mas aguzzino e seviziatore.
6) Damiani Pietro –
maresciallo della X Mas aguzzino e seviziatore.
7) Boccalacci Oddo –
sottufficiale della Mas aguzzino e seviziatore.
Patrioti, Gente del Montello ricordate! La nemesi dirà un giorno se il martirio sia retaggio dell’oppresso o se talora non si ritorca sull’oppressore e se questo, a sua volta, possa invocare la fratellanza umana alla di cui voce rimase insensibile in nome di una fede politica apportatrice di lutti, di miserie e di estrema rovina per l’intera Nazione. |