Capitolo III°

ESEMPI E MONITI

Il 24 agosto alcuni partigiani, tra i quali pare vi fosse un disertore tedesco, - il caporale Kasser Carl - erano appostati nelle vicinanze di osteria Mazzocato, al bivio della strada che conduce a S. Pellegrino. Passavano delle auto sulla strada verso Valdobbiadene. Dalla parte dove erano appostati i partigiani partirono alcune fucilate, un’auto tedesca, colpita, sbandava verso il ciglio stradale e si fermava.

Uno dei viaggiatori era ucciso, un altro, dicesi un capitano tedesco dei reparti presidianti Fanzolo, gravemente ferito, veniva dai camerati superstiti trasportato all’osteria Mazzocato. Appena accortisi di aver commesso un errore, e preoccupati delle conseguenze che ne sarebbero derivate, i partigiani si diressero rapidamente verso il centro del paese narrando l’episodio. Corse voce che l’ostessa non abbia dato ai militari tedeschi accorsi le manifestazioni di dolore da essi desiderate, che non abbia offerto la miglior stanza e il miglior letto della casa per il povero moribondo, come, nella mentalità teutonica, sarebbe stato doveroso trattandosi di un esemplare di quella razza superiore ed eletta. Ad ogni buon fine la punizione non tardò e fu esemplare, almeno per quanto riguarda l’osteria. Il giorno 25, nelle prime ore pomeridiane, un reparto tedesco cacciò la famiglia dell’oste e bruciò la casa. Una donna della famiglia tentò di salvare almeno una valigia contenente indumenti; ma, a giusta ragione, anche la valigia meritava un castigo, perciò le fu strappata di mano e gettata nel rogo. Gli abitanti furono fatti allontanare con i soli abiti che indossavano.

Questo non è tutto.

Il 26, nel pomeriggio, di fronte all’osteria bruciata si fermarono due autocarri. Ne scesero alcuni soldati tedeschi armati di mitra che fermarono tutti i passanti e li misero in riga per farli assistere alla scena che, poco dopo, si sarebbe svolta. Da uno degli autocarri vennero fatti scendere sei civili italiani che vennero spinti all’angolo del bivio verso la casa. I poveretti, che non capivano di che cosa si trattasse, e forse supponevano di essere stati colà trasportati per compiere un lavoro coatto, guardavano incuriositi. Uno di essi sbocconcellava un tozzo di pane.

Improvvisamente, da quanto si stava svolgendo, compresero che là erano stati condotti per essere uccisi. Non si abbandonarono a scene di disperazione. In tono pacato chiesero un Sacerdote, che non fu loro concesso, perché i tedeschi avevano molta fretta, e non volevano perdere tempo prezioso per simili inezie. E così i poveretti furono mitragliati a bruciapelo e lasciati sul posto in un mucchio scomposto.

Guai se fossero stati rimossi!

Le salme rimasero esposte al sole di agosto, agli insulti degli insetti, alla curiosità dei passanti per 24 ore. Esempio e monito a quanti avessero dubitato della possanza e della giustizia tedesca. I passanti guardavano e tacevano allibiti.

Da quel giorno scomparve anche da questi paesi il mito di una superiore civiltà tedesca. In dosso ai cadaveri non furono trovati documenti di identificazione; erano stati tolti in precedenza. Oltre alla vita ai martiri deliberatamente fu tolto anche il nome, perché più rapidamente salissero al cospetto di Dio ad invocare giustizia.

Tra le innocenti vittime pare vi fosse un geometra, maggiore di complemento, abitante a Spresiano. Era stato preso come ostaggio pochi giorni prima e, con raffinata ipocrisia, ai suoi familiari erano state date le migliori speranze di una sollecita liberazione.